Programma nazionale M5S: AGRICOLTURA

SOMMARIO

Introduzione allo scenario agricolo

Capitolo 1 – AGRICOLTURA ED ECONOMIA: il rilancio del settore

Promozione di prezzi equi per i prodotti primari
Settori principali e piani strategici nazionali

Capitolo 2 – AGRICOLTURA ED EUROPA: strategie e rapporti con la UE

Etichettatura e tutela del “Made in Italy”
Politica Agricola Comune
I trattati

Capitolo 3 – AGRICOLTURA E LAVORO: Tutela, semplificazioni e politiche giovanili

Riforma dell’organismo pagatore Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, AGEA
Promozione dell’accesso al credito per le aziende agricole
Misure fiscali
Lotta alle Agromafie, al Caporalato e più in generale allo sfruttamento della manodopera agricola italiane e straniera
Semplificazione lavoratori stagionali
La terra per i giovani
Agricoltura di territorio, multifunzionale e contadina

Capitolo 4 – AGRICOLTURA E SOSTEGNO: Gli interventi necessari negli altri settori in difficoltà

Settore brassicolo (birra)
Tartufi e funghi
Settore apistico
Ippica

Capitolo 5 – AGRICOLTURA E AMBIENTE: il rapporto tra tecnologia e ambiente, l’alimentazione e il benessere animale

Favorire una agricoltura ambientalmente e socialmente sostenibile
Contrasto a parassiti e fitopatie
Tutelare il benessere animale
Organismi Geneticamente Modificati
Agricoltura di precisione
Tutela e conservazione della fauna selvatica

 


 

Introduzione allo scenario agricolo

I numeri dell’agricoltura dimostrano che, per produrre economia, non si può prescindere dal capitale umano. Sono circa 44 milioni le imprese e le persone che ogni giorno sono impegnate in Europa ad assicurare elevati standard di sicurezza alimentare, metodi di produzione sostenibili ed inclusivi. Una ricchezza, quella dell’agricoltura, che si basa, prima ancora che sul risultato, sulla valorizzazione della persona e delle sue personali capacità, da migliorare e sviluppare in contesti di solidarietà e condivisione sempre a contatto con la terra.
Perché è la terra il fattore comune intorno al quale nascono progettualità, imprenditorialità ed esperienza ed è sempre la terra ad insegnare il senso ed il valore della coesione sociale.
Per questo, un’agricoltura che intende proporsi come modello per uno sviluppo inclusivo e promotore dell’uguaglianza, deve necessariamente rispettare il lavoro di chi opera direttamente sul campo, di chi esercita attivamente il mestiere dell’agricoltore. Occorre, a tal fine, incentivare e sostenere anche i giovani nel percorso di valorizzazione dell’agricoltura in un’ottica di ricambio generazionale propositivo e innovativo capace di generare talenti e attrarre risorse.
Se è vero che anche il risultato conta, allora bisogna investire, di più e meglio, anche a livello europeo, sul carattere distintivo delle produzioni locali, secondo un modello di sviluppo che l’Italia conosce ormai da tempo e che si basa su alcuni concetti chiave, quali: la sostenibilità, con un’emissione di gas serra inferiore del 35% rispetto alla media dell’Unione europea; la multifunzionalità, assicurata attraverso i mercati di vendita diretta; la promozione dell’agricoltura sociale e delle green economy; la distintività, che assicura un notevole valore aggiunto alle produzioni; la trasparenza della filiera e dell’origine obbligatoria in etichetta. La ricchezza che l’agricoltura offre deve essere opportunamente valorizzata per assicurare un futuro a chi dipende dalla terra controllando e rimuovendo tutte le occasioni che, complice la deriva tecnologica, possono provocare distorsioni del mercato, trasformazione del territorio e cambiamenti climatici.

L’Italia ha mostrato in diverse occasioni di poter fornire il proprio contributo nel processo di restyling dell’agricoltura, restituendo equilibrio a rapporti contrattuali spesso iniqui basati su veri e propri abusi di carattere economico, come l’esperienza del latte ha insegnato, e rigenerando il settore con misure di sburocratizzazione a favore, in particolare, dei giovani.
Ma l’Italia vanta anche primati difficilmente eguagliabili in termini di distintività e qualità delle produzioni, con il maggior numero di prodotti certificati DOP e IGP, come primo Paese produttore di biologico in Europa e, ancora, come primo Paese al vertice della sicurezza alimentare in Europa con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari.
Se l’Italia sarà chiamata, in modo sempre più efficace e consapevole, a condividere la propria esperienza nel mondo dell’agricoltura, allora anche l’Europa avrà l’opportunità di crescere in una prospettiva di coesione sociale, in una logica inclusiva e non omologante.

 


 

CAPITOLO 1

AGRICOLTURA ED ECONOMIA: il rilancio del settore

L’agricoltura rappresenta uno dei settori più promettenti dell’economia italiana con il contributo dei 2.1% al Pil. Il peso del settore dell’agricoltura si è ridotto rispetto a qualche decennio fa, ma in alcuni territori rappresenta ancora una quota non trascurabile del valore aggiunto. Da notare che delle nuove imprese aperte nel 2016, quelle agricole rappresentano il 10% del totale. Tra i settori che maggiormente garantiscono un lavoro, c’è l’agricoltura: è lei, infatti a far segnare il maggior aumento delle ore lavorate, con un incremento record del 3,9% annuale, che è più del doppio di quello fatto registrare nei servizi (+1,6%) e il 50% in più di quello dell’industria (+2,6%). Inoltre sono 7.569 nuove imprese guidate da giovani agricoltori: il risultato è che oggi quasi un’impresa condotta da giovani su dieci in Italia, opera in agricoltura (8,4%) dove sono presenti ben 50.543 aziende guidate da under 35 per effetto del crescente interesse dei giovani per il lavoro in campagna. Nel 2016 l’agricoltura, quindi, si colloca al secondo posto dopo il commercio al dettaglio nella top five dei settori preferiti dai giovani imprenditori (agricoltura e allevamento 7.094, commercio al dettaglio 10.999). Nonostante la congiuntura avversa, centinaia di migliaia di persone vengono assunte ogni anno nel settore agricolo e la crescita si traspone anche sull’aumento alle facoltà universitarie di settore.
Per rilanciare il comparto il MoVimento 5 stelle propone una serie di strategie che vanno dalla promozione di prezzi equi per i prodotti primari a piani strategici per produzioni cruciali dell’economia agricola italiana

Promozione di prezzi equi per i prodotti primari

Nel 2016 le associazioni di categoria hanno rilevato un ricarico medio del 300 per cento sul prezzo finale al consumatore sui prodotti di stagione come albicocche, meloni, angurie e insalata, tuttavia solo un quarto circa del prezzo finale corrisponde alla remunerazione del produttore, con distorsioni provocate dall’allungamento della filiera. La guerra del grano del luglio 2016, ha portato nel giro di un anno le quotazioni del grano duro destinato alla pasta a perdere il 43% del valore, con un prezzo di 18 centesimi al chilo, mentre quelle del frumento tenero (adoperato per la panificazione) sono calate del 19 per cento, arrivando a 16 centesimi al chilo con i compensi degli agricoltori che sono tornati ai livelli di 30 anni fa. Mentre però il problema della copertura dei costi di produzione che sempre meno vengono coperti dai prezzi al ribasso, rimane invariata, nel passaggio dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa del 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%. La distorsione economica in favore della grande distribuzione e trasformazione industriale esige la rivisitazione delle regole per riportare la bilancia in favore del comparto agricolo e della tutela dei consumatori. Le cause di questa forbice sono molteplici:

le quotazioni dei prodotti agricoli dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculat ive; le importazioni selvagge a dazio zero che usano l’agricoltura come mezzo di scambio nei negoziati internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto che ciò comporta sul piano economico, occupazionale e ambientale, la polverizzazione delle filiere e le piccole dimissioni delle aziende agricole che rendono particolarmente debole il settore primario italiano ad affrontare queste problematiche. Questo tipo di sistema necessita dunque di una serie di strategie di settore che vadano a incidere sulle distorsioni di filiera che il M5s ha individuato in 4 passaggi fondamentali:

  • aggregazione tra i soggetti interessati;
  • promozione di filiere trasparenti;
  • limitazione dell’importazione selvaggia;
  • promozione della filiera corta.

Aggregazione tra soggetti

La filiera agroalimentare riunisce una varietà di operatori: agricoltori, trasformatori, commercianti, grossisti, dettaglianti e grande distribuzione che agiscono in un sistema di relazioni fortemente asimmetrico in cui la posizione dei soggetti a monte della filiera (produttori e allevatori) è più debole di quella a valle della stessa, ovvero gli acquirenti e i trasformatori; tale asimmetria amplia la sproporzione tra prezzi alla produzione e prezzi al consumo oltre a favorire pratiche commerciali sleali. Al fine di stabilizzare i prezzi, incentivare la produzione, gestire le crisi e migliorare la competitività del settore è indispensabile promuovere la costituzione di Organizzazioni di Produttori (OP) e di Organizzazioni Interprofessionali (OI). I vantaggi sono significativi: la concentrazione dell’offerta (tramite le OP) che permette di esprimere un potere negoziale in grado di contrastare quello degli acquirenti e il conseguimento di una massa critica di prodotto che consente di gestire il marketing mix della produzione aggregata; il raggruppamento di vari operatori della stessa filiera ( tramite le OI) : produttori, trasformatori, distributori e dettaglianti consente l’integrazione di tutti i protagonisti della catena produttiva e svolge un ruolo chiave nella facilitazione delle relazioni, nella trasparenza del mercato e nella individuazione di migliori pratiche. Occorre tener conto, inoltre, del fatto che le categorie economiche tradizionali legate all’aggregazione dimensionale e al rafforzamento delle strutture di base non sono sufficienti nel contesto di un sistema competitivo in cui non sono allestite forme di coinvolgimento e tutela dei consumatori.

Filiera trasparente

Il consumatore è sempre più attento alla qualità delle materie prime e alla loro origine nonché a tutto il percorso di filiera. Per questo la trasparenza può garantire la valorizzazione delle eccellenze agroalimentari italiane, per la formazione di un prezzo equo per i prodotti primari; per equo si intende un prezzo che tenga conto dei costi produzione, tra i quali: la giusta remunerazione dei lavoratori (come da contrattazione collettiva nazionale) di tutta la filiera, dal campo, alla distribuzione passando per la trasformazione. Infatti, secondo i recenti rapporti, il nostro agroalimentare che rappresenta un’eccellenza a livello mondiale, è caratterizzato da estesi e strutturati fenomeni di lavoro nero e sfruttamento della manodopera italiana e straniera, indegna di un Paese civile. Al fine di limitare le possibili tensioni tra i diversi operatori della filiera agroalimentare, occorre incentivare la trasparenza nelle relazioni commerciali nonché nei rapporti contrattuali e valorizzare, di conseguenza, il ruolo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei casi di violazione delle disposizioni sulla Disciplina delle relazioni commerciali in materia di produzione agricola e agroalimentare di cui all’art. 62 del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1 recante Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività, conv. con l. n. 27 del 2012. Il MoVimento si propone quindi di incentivare questa modalità di produzione e messa in commercio.

Limitazione dell’importazione selvaggia

Abbiamo vissuto anni di trattati bilaterali con i paesi del Mediterraneo e altri Paesi extra europei che hanno prodotto un eccesso di importazioni fuori dal controllo sanitario e produttivo a cui invece soggiacciono i paesi della UE. È necessario dunque estendere i controlli al 100% degli arrivi da Paesi extracomunitari dove sono utilizzati prodotti fitosanitari vietati da anni in Italia e in Europa e fermare le importazioni selvagge a dazio zero che usano l’agricoltura come mezzo di scambio nei negoziati internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto che c iò comporta sul piano economico, occupazionale e ambientale. Occorre promuovere in sede europea l’applicazione di clausole di salvaguardia nei casi in cui le importazioni danneggino in maniera sostanziale l’economia locale. La realizzazione di una commissione unica nazionale (CUN) per la fissazione dei prezzi ridurrebbe il rischio di dumping sulle importazioni e una contrattualistica più trasparente e puntuale tra agricoltori e industria della trasformazione, consentirebbe una maggiore tutela per tutta la filiera, consumatori compresi.

Promozione della filiera corta a chilometro utile

Una alimentazione caratterizzata dal consumo di prodotti del territorio, freschi e stagionali, è una esigenza sempre più sentita dai consumatori anche nella prospettiva di una costante riduzione degli sprechi alimentari. È noto che gli alimenti di ogni pasto giornaliero percorrono anche 2000 chilometri prima di giungere sulle nostre tavole producendo un notevole carico di emissioni inquinanti. I nostri piccoli contadini fanno buone produzioni, spesso biologiche, e sono costretti a venderle a prezzi spesso non remunerativi imposti da regole di mercato e dalla
grande distribuzione. Il nostro obiettivo è incentivare, sia nell’interesse dei consumatori che dei piccoli produttori, il consumo di alimenti provenienti da filiera corta, ovvero caratterizzata dalla assenza di intermediari commerciali, o composta da un solo intermediario tra il produttore e il consumatore e a chilometro utile, da intendersi come una distanza massima che deve intercorrere tra area di produzione e trasformazione e quella di vendita. Al fine di incentivare le produzioni da filiera corta si ritiene fondamentale assicurare l’impiego dei prodotti agroalimentari nel contesto delle mense scolastiche, degli ospedali e in altri ambiti della pubblica amministrazione implementando il sistema degli appalti pubblici verdi basati sul rispetto di valori ambientali, sociali ed etici nell’erogazione dei servizi di ristorazione.
I risultati sono di due tipi: da un lato il sostentamento delle piccole realtà locali e il mantenimento della cultura alimentare di eccellenza e tipica; dall’altro la possibilità di educare le nuove generazioni, grazie anche a programmi che prevedano i pasti scolastici a km0 e dei sapori caratteristici. In questo contesto contrasteremo il recepimento della direttiva Bolkenstein che all’art 12 impone agli ambulanti che usufruiscono di licenze di occupazione del suolo pubblico di partecipare a bandi per il rinnovo delle licenze insieme ai cittadini di qualunque altro Stato, nonché alle società di capitali. In questo modi i mercati agroalimentari potrebbero diventare monopoli dei grandi gruppi industriali.
Particolare attenzione sarà posta, su tutto il territorio nazionale, al rilancio della filiera della Canapa Cannabis Sativa che costituiva in passato una importante realtà all’interno del mondo agricolo e industriale.

Settori principali e piani strategici nazionali

Secondo le maggiori associazioni di categoria e sulla base degli studi macroeconomici, la produzione italiana di olio d’oliva non è sufficiente al fabbisogno nazionale e alle esigenze di esportazione della nostra produzione di qualità. Si stima infatti che delle 600 mila tonnellate prodotte con piante nostrane, 400 mila vengano destinate all’export e la rimanente parte al mercato interno. La conseguenza è che in annate pessime come il 2016, che ha visto una riduzione del 38% della produzione, il fabbisogno nazionale verrà soddisfatto solo per i primi 6 mesi dell’anno. I produttori saranno così costretti ad attingere a materie prime o, ancor peggio, a olii di provenienza estera, oltre a un problema evidente di rincaro dei prezzi.
Nel luglio del 2016 la mobilitazione dei produttori di grano in quella che è stata chiamata “la guerra del grano” ha messo in luce le difficoltà di uno dei settori strategici della produzione primaria del nostro Paese. Gli effetti che questa situazione potrà avere sulla coltivazione di frumento in Italia sono l’abbandono e la desertificazione di un’area di 2 milioni di ettari, il 15 per cento dell’intero territorio nazionale.
I piani nazionali riferiti ad alcune delle colture strategiche rappresentano uno degli strumenti in grado di consentire la programmazione delle misure volte ad incentivare la produzione: attraverso la razionalizzazione degli impianti esistenti, lo studio di nuovi sistemi colturali e la tutela ambientale. Misure che consentono strategie produttive e commerciali tutelanti nel breve, medio e lungo periodo.

Il piano olivicolo nazionale

L’attivazione di un piano olivicolo nazionale, anche a fronte della necessità di competere con la concorrenza straniera (la Spagna in 20 anni ha predisposto ben 5 piani olivicoli), non può più essere rimandata. Il piano consente l’incremento e il miglioramento della produzione nazionale attraverso la razionalizzazione della coltivazione degli oliveti tradizionali, il rinnovamento degli impianti esistenti e lo studio di nuovi sistemi colturali, esclusi gli OGM, mediante un serio sostegno alle attività di ricerca e la tutela ambientale. In questo senso, è necessario adottare misure e protocolli che contrastino in maniera anticipata l’insorgenza di fitopatie da batterio e non e/o altre malattie, anche attraverso la promozione di una corretta informazione tra gli addetti del settore riguardo l’utilizzo dei fitofarmaci. È inoltre necessario promuovere un sistema di tracciabilità della produzione olivicola, al fine di consentire al consumatore di conoscere, in modo chiaro e trasparente, le varie fasi per attivare il ciclo completo dalla produzione alla lavorazione e successivo commercio con la promozione di un consumo “informato” del prodotto olio attraverso una capillare e sistematica inculturazione sia sull’olio extra vergine di oliva che sul prodotto “made in Italy”. Va inoltre tutelata l’olivicoltura a valenza paesaggistica, di difesa del territorio e storica.

Il piano cerealicolo nazionale

A fronte della ormai conclamata crisi del settore cerealicolo, sia sul versante dei prezzi della materia prima che su quello relativo alle peculiarità produttive, l’attivazione di un piano cerealicolo nazionale che introduca una programmazione strategica è ormai indispensabile nell’ottica di una visione integrata di sistemi colturali sostenibili che consentano di qualificare anche le produzioni cerealicole, incluse quelle del settore mangimistico a sostegno delle filiere zootecniche di qualità.
Oltre alla incentivazione degli strumenti di aggregazione di filiera, quali OP e OI, occorre assumere iniziative mirate ad assicurare, all’industria di trasformazione, determinati volumi di prodotto e al produttore la collocazione della materia prima ad un prezzo congruo e slegato dalle contrattazioni delle borse merci; a tal fine è urgente l’istituzione di una Commissione unica nazionale per il mercato dei cereali. Di vitale importanza risulta anche la ricerca e la necessità di orientarne gli obiettivi verso la messa a punto di sistemi di ammodernamento della filiera, a partire dal settore sementiero, oltre a quello agricolo e industriale, anche attraverso la costituzione di Gruppi Operativi come previsti dai PSR 2014-2020, la valorizzazione delle produzioni di qualità e la loro innovazione tramite il trasferimento delle conoscenze.

Il piano proteico nazionale

La promozione ed incentivazione della produzione di proteine vegetali è indispensabile non solo per limitare l’utilizzo di mangimi arricchiti con farine animali, ma anche al fine di poter disporre di valide alternative per tutti quei consumatori che, contrari agli OGM, molto diffusi nelle fonti proteiche vegetali importate, preferiscono prodotti nazionali garantiti. Una maggior superficie investita a colture proteiche contribuisce alla riduzione di CO2, consente il recupero di terreni marginali o sottoutilizzati nonché l’adozione di buone pratiche agronomiche incrementando il livello di competitività dell’intera filiera foraggero-zootecnica. Le leguminose, inoltre, rappresentano le colture più idonee per rispettare alcuni dei vincoli imposti con la nuova PAC (greening), in particolare per la formazione delle cosiddette aree EFA (Ecological Focus Area).
Per queste ragioni occorre l’attivazione di un piano proteico nazionale anche al fine di investire nella ricerca e nello sviluppo di varietà autoctone più produttive, identificando programmi di coltivazione e tecniche agronomiche volte a diminuire la dipendenza da soia, promuovendo al contempo la salvaguardia della biodiversità ed il recupero del germoplasma locale. Il piano dovrebbe articolarsi secondo i seguenti punti: investire nella ricerca per l’innovazione di processo e di prodotto, anche garantendo adeguata assistenza tecnica nelle varie fasi della filiera con la messa a punto di kit diagnostici rapidi per la determinazione della presenza di micotossine, contaminanti e transgeniche; accogliere, interpretare e selezionare la domanda di ricerca e indirizzarla alle sedi in grado di fornire le risposte tecniche migliori al fine di restituire nel breve periodo i risultati alle imprese, anche attraverso la costituzione di Gruppi Operativi; sviluppare ed incentivare la meccanizzazione al fine di abbassare i costi colturali; promuovere indagini economiche sugli effetti delle riconversioni produttive a livello aziendale, di comparto e territoriale e lo studio di nuove formulazioni mangimistiche a seguito della rinnovata produzione proteica oggetto del piano; sostenere la creazione di una organizzazione interprofessionale in modo da coinvolgere tutti i segmenti della filiera, dalla produzione di materia prima in campo a quello del consumo dei prodotti zootecnici derivati; predisporre sistemi di tracciabilità e di gestione allo scopo di garantire la tutela della qualità in tutti i segmenti della filiera foraggiero-zootecnica.

Il piano della filiera della frutta in guscio

Nocciole, castagne e mandorle, noci, pistacchi, carrube sono sicuramente di filiere “minori” in termini di valore economico assoluto, ma dal punto di vista ambientale, paesaggistico ed economico-sociale nei contesti territoriali in cui insistono, rappresentano un patrimonio inestimabile, soprattutto dal punto di vista dell’identità storico-culturale. Queste coltivazioni rappresentano altresì, un’indiscussa eccellenza del nostro “made in Italy” rinomate a livello planetario, di cui l’Italia vantava fino agli anni ‘60, il primato per la produzione mondiale. Purtroppo, la debolezza strutturale della produzione, caratterizzata da piccole aziende localizzate spesso in aree svantaggiate, la crescente concorrenza straniera, i cambiamenti climatici, l’arrivo di patogeni conseguenza di una globalizzazione sregolata, minacciano la sopravvivenza della nostra frutta in guscio e la tenuta delle comunità da cui esse dipendono. Anche per queste produzioni è necessario orientarne gli obiettivi verso la messa a punto di sistemi di innovativi volti all’efficientamento delle filiere della frutta in guscio che passino attraverso la promozione di politiche a sostegno dell’associazionismo dei produttori, l’animazione e la divulgazione per accrescerne il valore aggiunto percepito dai produttori e consumatori, la valorizzazione delle produzioni di qualità e una efficace azione di marketing territoriale.

Allevamento

Il MoVimento 5 stelle è contrario agli allevamenti intensivi e si fa promotore di un uso limitato di carne in alimentazione umana sia per motivi di salute che di sostenibilità ambientale. Riconosce tuttavia l’importanza degli allevamenti nell’ambito dell’economia agricola italiana. La gestione del sistema degli allevamenti in Italia è un settore che necessita di essere rivisto al fine di risolverne le numerose criticità. Le nostre proposte sono finalizzate a: a) ottimizzare il processo di raccolta delle informazioni di monitoraggio propedeutiche all’attività di miglioramento genetico del bestiame, assicurando l’interscambio in tempo reale delle informazioni tra i vari data base esistenti e la fruibilità di dette informazioni da parte di tutti i soggetti abilitati all’erogazione del servizio di consulenza alle imprese agricole; b) prevedere risorse per la selezione e la conservazione delle razze autoctone; c) eliminare i conflitti di interessi tra l’AIA (Associazione Italiana Allevatori) e gli altri centri privati che operano nel settore del miglioramento genetico delle razze . Solo così si potrà potenziare il ruolo dell’Associazione Italiana degli Allevatori per il perseguimento dell’obiettivo di salvaguardare l’allevamento in Italia nel segno della distintività che sempre più deve caratterizzare le produzioni zootecniche in termini di qualità e sicurezza alimentare. Inoltre va tutelata la biodiversità zootecnica, in quanto la selezione e la conservazione in ambito zootecnico rappresentano un prezioso investimento a lungo termine con effetti a carattere permanente di prioritario interesse pubblico poiché finalizzate all’aumento del patrimonio nazionale nonché al miglioramento genetico e alla salvaguardia della biodiversità. Ulteriore intervento è l’unificazione informativa sul nome e il numero delle razze italiane per implementare e avviare programmi di conservazione efficienti.

Selvicoltura e aree forestali

Le foreste e i boschi italiani rappresentano una risorsa strategica per il nostro Paese.
In mancanza di una univoca strategia nazionale, i nostri boschi sono stati vittime di normative nazionali e regionali troppo conservative/vincolistiche, che ne hanno limitato l’espressione delle proprie multifunzionalità, o di una inadeguata e lacunosa legislazione che li ha avviati ad un progressivo degrado e abbandono. Il patrimonio forestale nazionale rappresenta un bene
economico-sociale di elevato interesse pubblico (si pensi alla produzione del legname e alla protezione da dissesti idrogeologici) ed è parte costituente delle risorse ambientali, naturali, storico-culturali, economiche ed identitarie del nostro Paese. Secondo l’Inventario Nazionale delle foreste e dei serbatoi di carbonio (INFC 2005), il patrimonio “forestale” nazionale copre oggi il 34% della superficie, per un totale di oltre 10,5 milioni di ettari. Dal punto di vista della proprietà, il 63% è privato e il 32% di proprietà pubblica, di cui il 66% incarico ai comuni, mentre il 24% di proprietà delle Regioni e dello Stato. L’utilizzazione delle risorse forestali in Italia si assesta ufficialmente su una media del 30-35% dell’incremento annuo, valore che rimane molto inferiore alla media europea del 65%. Questi dati evidenziano che i boschi italiani sono pressoché abbandonati e messi nelle condizioni di non esprimere al massimo le proprie potenzialità.
Il Movimento 5 Stelle crede che sia giusto intervenire nei nostri soprassuoli boschivi, applicando i criteri della più moderna selvicoltura, che siano in grado di conciliare la produttività con una gestione sostenibile dal punto di vista ambientale, volta al mantenimento e all’incremento delle superfici forestali nazionali. Ciò prende il nome di “gestione attiva” del bosco. L’industria italiana di lavorazione del legno è la prima esportatrice in Europa e seconda nel mondo in termini di fatturato, mentre la filiera foresta-legno si articola in Italia con oltre 125.000 imprese per un totale di circa 620 mila occupati; insomma, una dei punti di forza del “made in Italy”. Tuttavia importiamo oltre l’80% di materia prima. Il M5S si impegna ad attuare una strategia forestale nazionale come definita dal Programma Quadro per il Settore Forestale (approvato in Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano il 18 dicembre 2008) e dalla Strategia Forestale Europea del 2013 (COM (2013) 659 final del 20.9.2013) oltre all’istituzione di un ufficio permanente di coordinamento forestale.

Lattiero caseario e vitivinicolo

Quello lattiero caseario è forse il settore del comparto agricolo che maggiormente ha risentito delle politiche interne e comunitarie in termini negativi. Negli ultimi venti anni il paradigma di filiera ha subito dei notevoli mutamento, costringendo circa i due terzi degli operatori del comparto a chiudere battenti. Seppur con qualche leggero miglioramento, la politica risulta ancora lenta nel sostentamento del comparto, soprattutto in un regime di scarsità produttiva che è ben lontana dal soddisfare il fabbisogno nazionale.
Molto del latte commercializzato in Italia proviene infatti da altri Paesi Europei che hanno una maggiore redditività legata a diversi fattori: un minor costo unitario di produzione, maggiore
accesso alle terre, maggiori spazi per gli allevamenti, politiche agricole più efficienti e meno burocratizzate, tecniche di produzione più avanzate dei produttori italiani.
il settore della produzione di latte presenta, mediamente, un divario piuttosto accentuato rispetto ad altri Paesi europei, in termini di dimensione media aziendale, resa dei capi, superficie agricola disponibile, dipendenza dall’esterno per i mangimi, ecc. Come si legge dall’indagine conoscitiva dall’AGCM (Autorità garante della concorrenza e del mercato) IC51:”… A tale riguardo, il settore risulta tuttavia avere già avviato un processo di ristrutturazione molto intenso, che ha portando alla fuoriuscita di numerose aziende e a un contestuale aumento delle dimensioni e della produttività delle stesse. In particolare, il numero delle imprese attive sul mercato si è ridotto di oltre i 2/3 negli ultimi 20 anni, mentre la produzione media commercializzata per allevamento è più che triplicata.”
Questo squilibrio va inoltre legato all’andamento internazionale dei prezzi, come rilevato anche dalla suddetta indagine, che aumenta ancora di più questa leva. Infatti laddove i prezzi di vendita nel tempo sono sostanzialmente rimasti invariati, l’andamento dei prezzi del latte crudo a livello internazionale ha fatto in modo che i prezzi corrisposti agli allevatori si riducessero, mentre per il consumatore sono rimasti invariati. Qui il Movimento 5 stelle vuole essere in grado di incidere, oltre a lavorare sul comparto delle frodi e dell’etichettatura come più volte richiamato in questo testo.
L’intenzione è quella di riportare il potere negoziale dei produttori a livelli di forza competitivi rispetto alla grande industria, andando anche a incidere sulle modalità di contrattazione tra soggetti, mettendo nelle condizioni i piccoli di poter avere un maggiore e migliore ventaglio di opportunità nel passaggio produzione/trasformazione.
Gli atti esecutivi della deburocratizzazione dovranno necessariamente andare in direzione di un miglioramento delle attività gestionali dei produttori, incidendo così sui costi di produzione, oltre che favorire il miglioramento dei processi produttivi per “alleggerire” la gestione aziendale da orpelli che si tramutano in costi evitabili.
Il settore vitivinicolo ha da poco visto approvato un testo unico concordato tra i diversi attori del comparto. Attualmente è in attesa dei decreti attuativi che dovranno essere monitorati e indirizzati verso una reale diminuzione delle trafile burocratiche e una riduzione sostanziale di quei100 giorni che oggi sono previsti per ciascun produttore in impegni legati alla burocrazia amministrativa.

Comparto ittico ed acquacoltura

Il comparto della pesca e dell’acquacoltura, spesso considerato poco incidente nell’economia nazionale e sul quale si è sempre investito poco e senza una strategia di lungo periodo, versa in una situazione di grave crisi. Le maggiori criticità, aggravate dalle continue impennate dei prezzi del carburante, si riscontrano principalmente nel deterioramento degli stock ittici, nelle ingenti perdite causate dalle sempre più frequenti patologie ittiche, nelle conseguenze del cambiamento climatico in atto. Nei nostri mari il pesce viene pescato ad un ritmo più rapido rispetto ai tempi necessari per rinnovarsi, con la conseguenza che la relativa popolazione è destinat a ad esaurirsi. Per evitare che ciò avvenga è importante raggiungere l’obiettivo cardine della Politica Comune della Pesca, che mira alla definizione del rendimento massimo sostenibile per gli stock ittici. A tal fine è inoltre necessario attuare il fermo biologico, ossia la sospensione temporanea obbligatoria delle attività di pesca, i cui tempi andranno stabiliti sulla base del lavoro sinergico tra mondo scientifico e mondo della pesca, che andrà incentivato attraverso la promozione di progetti specifici. È inoltre necessaria la gestione delle quote di cattura, stabilite a livello internazionale, per stock ittici a rischio e la distribuzione delle stesse a livello nazionale privilegiando i sistemi di pesca più sostenibili, in particolare quelli inclusi nella piccola/media pesca. Per superare la fase di straordinaria difficoltà del settore ittico, che provoca enormi perdite sia in termini di produttività che occupazionali, si rendono altresì necessarie misure strutturali in grado di supportare gli operatori del comparto anche attraverso l’ottimizzazione dell’uso delle risorse previste dal Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca al fine di realizzare interventi di rilancio delle imprese, di sostegno al reddito, di promozione e facilitazione dell’accesso al credito, di incentivazione delle operazioni di micro-credito e di diffusione degli strumenti assicurativi e di mutualità. Per il conseguimento di questi obiettivi il M5S propone:

  • riconoscere adeguati indennizzi alle aziende danneggiate da fenomeni metereologici anche attraverso agevolazioni fiscali ed ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti;
  • predisporre un programma mirato alla vivificazione delle lagune e nei casi di rischio di moria del pescato per anossia provocata dall’innalzamento d elle temperature, predisporre piani di delocalizzazione straordinaria e temporanea degli allevamenti per consentire il trasferimento del prodotto;
  • consentire alle imprese ittiche di accedere alle garanzie sussidiarie da parte di ISMEA al fine di agevolarne l’accesso al credito necessario alla ricostituzione delle strutture e del potenziale produttivo;
  • ottenere per le donne che lavorano a tempo pieno nelle aziende familiari. il riconoscimento legale e prestazioni sociali equivalenti a quelle dei lavoratori autonomi, nonché per assicurare alle lavoratrici femminili aiuti economici attraverso sussidi di disoccupazione in caso di interruzione (temporanea o definitiva) del lavoro, il diritto a una pensione, la conciliazione tra la vita lavorativa e familiare, l’accesso al congedo di maternità (a prescindere dallo stato civile all’interno della coppia, sia essa sposata o legata da unione civile), alla previdenza sociale e a servizi sanitari gratuiti e la protezione dai rischi cui sono esposte sul lavoro;
  • assumere iniziative per attuare urgentemente quanto disposto dagli articoli 27, 35 e 57 del regolamento (CE) n. 508/2014 del parlamento europeo e del consiglio relativo al Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca;
  • introdurre misure assicurative per la pesca e l’acquacoltura nonché incentivi per operazioni di microcredito con garanzia pubblica, anche attraverso l’istituzione di un fondo operante senza la valutazione economico-finanziaria del soggetto beneficiario;
    • sviluppare la ricerca per promuovere misure assicurative innovative per il settore;
    • estendere il microcredito al settore del pescaturismo.

 


 

CAPITOLO 2

AGRICOLTURA ED EUROPA: strategie e rapporti con la UE

L’instaurazione di un mercato comune dell’Unione europea, finalizzato all’attuazione delle libertà relative alla circolazione di beni, servizi, persone e capitali è stata accompagnata e sostenuta sin dall’avvio della Comunità Europea dall’introduzione di politiche comuni. La prima ad essere attuata e finanziata è stata proprio la politica agricola comune (PAC) da cui non si può prescindere per il rilancio della agricoltura italiana. Il regime dei prezzi, le norme che riguardano l’agroalimentare, il sostegno economico, i trattati di libero scambio con paesi terzi passano attraverso decisioni europee che devono adeguarsi al principio del libero scambio e della non discriminazione dei prodotti europei in base all’origine nazionale.

Etichettatura e tutela del “Made in Italy”

Un numero sempre più elevato di consumatori ritiene indispensabile l’indicazione nell’etichetta degli alimenti del luogo di origine della materia prima utilizzata, nel caso di prodotti trasformati, ovvero del luogo di coltivazione o allevamento, nel caso di prodotti agricoli. Se “origine” non è sinonimo di qualità, è certo vero che solo una corretta informazione in etichetta permette al consumatore di fare una scelta consapevole ispirata a chiarezza, tracciabilità e principi etici. L’etichettatura è materia “armonizzata” ovvero il quadro delle regole entro le quali gli Stati nazionali possono legiferare autonomamente è stabilito a livello europeo. La normativa nazionale in tale settore, ancorché preveda l’obbligo di indicazione in etichetta del luogo di origine o di coltivazione e allevamento (legge 3 febbraio 2011, n. 4), è attualmente non applicata per incompatibilità con la regolamentazione comunitaria, recata principalmente dal Regolamento UE n.1169/2011 che identifica come origine del prodotto lo stabilimento dell’ultima trasformazione sostanziale e non l’origine della materia prima.
Un Governo a 5 stelle farà una battaglia in sede europea per una etichettatura chiara e trasparente e quindi per una evoluzione della normativa Europea al riguardo.
Normativa dettata più dagli interessi legati al “made by” piuttosto che al “made in” e che pertanto penalizza molte delle produzioni agroalimentari euro mediterranee che fondano le loro caratteristiche di pregio sull’unicità dei processi di produzione e sulle peculiarità dei territori di origine. Il Governo a 5 stelle emanerà i decreti attuativi della suddetta legge 4/2011 al fine di garantire una completa e corretta informazione sulle caratteristiche dei prodotti alimentari commercializzati, trasformati, parzialmente trasformati o non trasformati, nonché al fine di rafforzare la prevenzione e la repressione delle frodi alimentari.
La definizione proposta nella legge citata dispone che per poter definire “made in Italy” un prodotto è necessaria la sussistenza di due requisiti relativi sia al luogo di coltivazione o allevamento che di trasformazione: la materia prima deve essere coltivata o allevata e trasformata in Italia. Proprio su questa definizione è stata aperta una procedura d’infrazione da parte dell’UE, perché non rispondente a quanto da essa previsto in materia di etichettatura. A questo si collega anche la questione del “made in”, che per la normativa comunitaria è definita dal Codice Doganale (articolo 23 e seguenti) e che non deve essere confuso con la definizione di “origine della materia prima” sulla base del concetto di trasformazione sostanziale“ di cui all’art. 60 del reg. (CE) n. 952 del 2013.
Di non minore importanza è la questione relativa all’obbligo di indicazione in etichetta dello stabilimento di produzione e confezionamento o l‘allevamento di provenienza e la tipologia (intensivo-estensivo) nel caso di prodotti di origine animale; dal 14 dicembre 2014, data di entrata in vigore del Regolamento UE n. 1169/2011, tale obbligo è diventato una facoltà lasciata agli Stati membri che possono quindi esercitarla solo previa notifica alla Commissione Europea nei termini da questa stabiliti. Il MoVimento si propone di ripristinare l’obbligo di indicazione in etichetta della sede dello stabilimento di produzione e confezionamento; tale indicazione deve essere chiara e non può essere sostituita, cosi come suggerito a livello europeo, con codici o diciture alternative al fine di garantire la tutela dei consumatori e delle imprese. In materia di etichettatura sull’origine occorre monitorare e sollecitare le istituzioni europee, in base alle disposizioni vigenti, sull’opportunità di estendere l’etichettatura di origine obbligatoria anche ad altre categorie di alimenti, oltre a quelle legislativamente previste. Sono stati presi in considerazione, sulla base del particolare interesse manifestato dai consumatori europei, i seguenti prodotti: i tipi di carni diverse dalle carni bovine, suine, ovine, caprine e dalle carni di volatili; il latte; il latte usato quale ingrediente di prodotti lattiero-caseari; gli alimenti non trasformati; i prodotti a base di un unico ingrediente; gli ingredienti che rappres entano più del 50% di un alimento. L’Italia ha provveduto, in attesa dell’intervento della Commissione a notificare alla Commissione europea lo Schema di Decreto interministeriale concernente l’indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattiero-caseari, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori in attesa di essere pubblicato in Gazzetta ufficiale. Lo stesso iter procedurale sta ora interessando anche la filiera del grano e della pasta, attraverso l’invio del relativo schema di decreto a Bruxelles.
Occorre infine assicurare la vigilanza sulla corretta applicazione delle disposizioni in materia di alimenti e provvedere a sanzionare i comportamenti illeciti.
A tal fine, si ritiene opportuno sostenere un percorso di riforma del quadro normativo penale attuale che assicuri idonea rilevanza ai reati consumati nello specifico settore alimentare, ancora oggi privo di autonome disposizioni di riferimento.

Politica Agricola Comune

L’agricoltura è materia che, fin dalla costituzione della Comunità Economica Europea (1957) è stata trasferita al livello comunitario. Non a caso la PAC (Politica Agricola Comune) è stata la prima politica veramente comune e, per oltre trent’anni, la principale politica sostenuta a livello europeo.
La PAC, originariamente impostata su basi strettamente protezioniste, ha iniziato a essere riformata nel 1992 sulla spinta, sia del processo di ampliamento delle competenze comunitarie e, quindi, della necessità di ricavare spazi per nuove politiche comuni, sia degli esiti del negoziato GATT dell’Uruguay Round (1986-1994) che, per la prima volta, incluse l’agricoltura tra le materie sottoposte alle regole multilaterali sul commercio.
Dal 1992 ad oggi la PAC ha, dapprima completato, e poi revisionato un complesso processo di riforma che l’ha condotta all’attuale assetto fondato, come noto, su due pilastri: il primo, costituito da aiuti al reddito agli agricoltori concessi in modo da non influire né sulla produzione, né sul commercio (i cosiddetti aiuti disaccoppiati) e la cui concessione è condizionata al rispetto di una complessa serie di norme ambientali; il secondo pilastro dato da una serie di misure di natura socio-strutturale, attuate per tramite delle Regioni attraverso i PSR (Programmi di Sviluppo Rurale).
La profonda trasformazione vissuta dalla PAC, nonostante ne abbia cancellato le originarie connotazioni protezioniste, non solo non è stata sufficiente a risolvere alcune delle principali criticità che, da sempre, la caratterizzano, ma ne ha anche aggiunte di nuove, di rilevanza tutt’altro che trascurabile.
In primo luogo, non è stato risolto il problema della squilibrata distribuzione degli aiuti; tanto è vero che, prima della riforma del 1992, l’80% del sostegno andava al 20% degli agricoltori, mentre dopo il completamento di tale riforma (2005), il 22% degli agricoltori riceveva il 78% degli aiuti. Più o meno immutate sono rimaste anche le contraddizioni legate all’eccessiva industrializzazione dei processi produttivi agricoli: le monocolture e gli allevamenti intensivi continuano ad essere diffusamente praticati e le misure agro-ambientali sono state utilizzate più dalle forme di agricoltura meno favorite che, non da quelle, ad alto grado di intensità che, come evidente, ne avrebbero avuto maggior bisogno.
Tra le nuove criticità, cinque sono da considerare particolarmente rilevanti:

  • il sistema di pagamento degli aiuti diretti al reddito, essendo stato concepito in relazion e a dati storici relativi al possesso di fattori produttivi (aiuti per ettaro o per capo di bestiame) ha favorito lo sviluppo di inevitabili fenomeni di rendita, che solo di recente (dopo quasi 25 anni di attuazione!) iniziano ad essere considerati come da correggere;
  • il sistema a due pilastri, sebbene in misura minore, ha perpetrato lo storico squilibrio politica dei prezzi/politica delle strutture, tanto è vero che, ancora oggi, alle politiche si sviluppo rurale (il secondo pilastro) è riservato meno del 25% delle risorse comunitarie, ossia meno del livello minimo che era stato indicato per gli interventi a sostegno delle strutture nella Conferenza di Stresa nel 1958;
  • il modello multifunzione che l’attuale PAC dichiara di voler sostenere, non si riferisce, in realtà, ad una agricoltura in grado di svolgere più funzioni oltre a quella produttiva, bensì ad una agricoltura che rinuncia a produrre per tutelare l’ambiente; dimenticando, in tal modo, che il presidio ambientale è assicurato dalla presenza di attività agricole che utilizzano in modo responsabile e sostenibile le risorse disponibili e non da forme improduttive che si limitano a svolgere le pratiche necessarie per ricevere gli aiuti comunitari;
  • l’attuale assetto della PAC, proprio perché determinato dalle spinte alla globalizzazione e, in specie, dalle regole multilaterali del commercio non è più una politica che può essere considerata come la sintesi delle istanze provenienti dai Paesi membri, ma che deve essere vista come ciò che le regole del WTO le consentono di essere. Ciò, tra le altre cose, pone importanti problemi riguardo alla democraticità dei processi decisionali che, di fatto, si sono, da tempo, spostati dalla sede comunitaria alle sedi internazionali, dove la UE negozia attraverso la Commissione che tutto è, fuorché una istituzione che risponde alle regole della rappresentanza democratica;
  • la totale dipendenza della PAC alle regole del WTO, incluse quelle sulla proprietà intellettuale che hanno determinato la formazione di oligopoli nel settore delle biotecnologie e, quindi, dei principali fattori produttivi agricoli (sementi agrofarmaci), ha posto seri problemi al mantenimento sul territorio, sia delle attività agricole specializzate che sono sempre più esposte alla concorrenza globale, sia dell’agricoltura delle aree interne, cui, spesso, non resta altro che rinunciare a produrre e percepire gli aiuti comunitari concessi in base alla condizionalità.

In Italia, l’agricoltura, sebbene concorra per circa il 2% alla formazione del PIL, si trova al centro di un sistema, quello agro-alimentare, che vale più del 15% della ricchezza annualmente prodotta e che, con la sua presenza, determina il 92% del territorio nazionale che, non a caso, è classificato come rurale.
In questo contesto, considerando che nel recente periodo di crisi economica (2008-2014) sono stati persi 9,3 punti di PIL, solo in piccola parte recuperati con la crescita del biennio 2015-16 (+1,7%) e che, in ragione di ciò, la ripresa economica dell’economia nazionale continua ad essere una priorità assoluta; appare evidente che, a questo fine, non si possa prescindere dal contributo che l’agricoltura, in virtù della centralità del suo ruolo economico e territoriale, è in grado di dare.
Occorre, tuttavia, avere presente che le attuali difficoltà economiche e sociali non sono le cause della crisi che stiamo vivendo, ma gli effetti dell’applicazione di un modello di sviluppo di tipo liberista e industrialista che, nel contesto della globalizzazione, ha potuto operare per circa 25 anni, in modo assolutamente incontrollato (e non governato) dalla politica.
Per tali ragioni, è necessario che i futuri percorsi di crescita siano riferiti ad un modello alternativo a quello che ci ha condotto al disastro attuale e che, per quanto riguarda il ruolo dell’agricoltura, si riferisca alla possibilità che essa possa divenire il catalizzatore di modelli di sviluppo territoriale fondati sulla creazione di benessere diffuso (quindi il più possibile inclusivo) attraverso la valorizzazione delle risorse locali.
La PAC costituisce (e costituirà) la principale fonte finanziaria a sostegno dell’agricoltura. Di ciò, occorre tenere conto, anche quando, come sopra, se ne evidenziano le maggiori criticità. E’ dunque necessario che la PAC sia rivista, affinché possa divenire uno strumento il più possibile efficace ai fini del sostegno dei nuovi modelli di sviluppo di cui sopra.
In questo senso, un appuntamento importante è sicuramente costituito dalla consultazione pubblica sulla PAC post 2020, attualmente in corso a livello europeo, e dalle conseguenti proposte che, entro la fine del 2017, la Commissione UE dovrà presentare per definire l’assetto della PAC 2021-2028.
Per far sì che la PAC possa divenire uno strumento più utile, di quanto lo sia adesso, allo s viluppo della nostra agricoltura nel senso sopra indicato, appare indispensabile che:

  • sia depurata da interventi che favoriscono fenomeni di rendita;
  • siano rafforzati gli interventi in favore dello sviluppo rurale, in specie per quanto riguarda le integrazioni tra l’agricoltura e le altre attività presenti sul territorio (turismo e artigianato in primis);
  • siano effettivamente sostenute tutte le forme produttive agricole fondate sull’uso responsabile delle risorse naturali (agricoltura biologica, bio-dinamica; agro-ecologia …);
  • sia correttamente riconosciuta la multifunzionalità agricola come complesso di attività aggiuntive e non sostitutive a quella produttiva e, in questo ambito, siano incentivate, tutte le forme di agricoltura veramente multifunzionali, con particolare attenzione per quelle che riutilizzano o reimpiegano scarti e sottoprodotti (anche per produrre energia);
  • siano previsti interventi a difesa dei redditi agricoli, sia di tipo diretto, sia indiretto, ad esempio, promuovendo le forme associative e ogni altra soluzione che possa accrescere il potere contrattuale degli agricoltori all’interno delle filiere agro-alimentari.

Una PAC così rivista dovrebbe divenire parte integrante di una politica economica nazionale, fino ad oggi, storicamente, assente) che dovrebbe avere come primo obiettivo il territorio e le attività produttive ad esso legate. In questo senso, diverrebbe necessario integrare le misure di sostegno all’agricoltura, in specie quelle di sviluppo rurale, con interventi espressamente finalizzati a realizzare obiettivi d’interesse generale, quali la tutela del paesaggio, la difesa degli assetti idro-geologici, la sicurezza alimentare che possono essere, convenientemente, perseguiti anche utilizzando competenze e risorse non agricole (Beni culturali, Ambiente, Infrastrutture, Sanità …) e, quindi, essere sottratti ai vincoli che la PAC ha rispetto alle regole del WTO.

I trattati

I trattati di libero scambio come il TTIP e il CETA, nonché quelli bilaterali da parte della Ue, Come l’accordo UE Marocco, sono spesso poco tutelanti dei Paesi membri del Sud Europa e fortemente contrari alla salvaguardia delle economie nazionali. Posta la contrarietà ai suddetti trattati di libero scambio, il Governo M5s sarà improntato su posizioni da far valere in sede di Consiglio Europeo e tutte le sedi opportune dell’Unione, che si pongano a stretta tutela del “Made in” e delle eccellenze agroalimentari del Paese.
Il Trattato di Lisbona attribuisce all’UE personalità legale che può stipulare in aut onomia trattati internazionali. Il Trattato sul Funzionamento dell’UE stabilisce due tipi di competenze per la stipula dei trattati: mista ed esclusiva. Quando un trattato è di competenza esclusiva l’UE può negoziare e ratificare senza il passaggio dai parlamenti nazionali. Se la competenza è mista invece, i trattati sono negoziati dall’UE ma devono passare attraverso la ratifica dei Parlamenti nazionali. In questo caso esiste il potere di veto di ogni singolo stato nazionale che può vanificare la stipula del trattato.
Si pretenderà di far considerare come “misti” ai sensi del TFUE tutti i trattati di libero scambio, così come tutti quei provvedimenti che vadano a inficiare le economie nazionali costringendole ai grandi gruppi multinazionali. Per quanto riguarda gli accordi bilaterali faremo valere il diritto al ricorso alle clausole di salvaguardia a tutela dei prodotti nazionali. Particolare attenzione verrà posta, inoltre, sul comparto delle nuove biotecnologie e della loro brevettazione e introduzione in campo aperto, così come fu per gli OGM in una strenua difesa del territorio OGM free come valore aggiunto dell’agroalimentare italiano. Continuerà la politica di difesa della libera circolazione delle sementi.

 


 

CAPITOLO 3

AGRICOLTURA E LAVORO: Tutela, semplificazioni e politiche giovanili

Gli imprenditori agricoli italiani sono oberati da una serie di adempimenti burocratici che spesso scoraggiano i giovani nell’avviare un’impresa o i veterani a continuare a portarla avanti con danni non solo per l’economia ma anche per la tutela del territorio. L’accesso al credito è farraginoso e così pure quello ai fondi PAC. Ulteriore complicazione è data dagli adempimenti burocratici per attingere alla collaborazione dei lavoratori stagionali. Di seguito le soluzion i proposte.

Riforma dell’organismo pagatore Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, AGEA

L’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) è un ente statale italiano che ha compiti di svolgimento delle funzioni di Organismo di Coordinamento e di Organismo pagatore nell’ambito dell’erogazione dei fondi dell’Unione europea ai produttori agricoli.
L’Agenzia gestisce oltre 8 miliardi di euro del finanziamento FEASR all’Italia ed i quasi 5 miliardi di euro di finanziamento FEOGA, oltre ai fondi nazionali ed alle altre gestioni attribuite ad AGEA. Agea, in qualità di organismo pagatore e di coordinamento nazionale è incaricata della erogazione delle risorse destinate al sistema agricolo. Nel corso degli anni, le modalità di gestione di tali risorse, l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni principali dell’Agenzia hanno presentato più di una criticità sulle quali è oggi necessario intervenire, anche alla luce della generale revisione della spesa pubblica. Di seguito le proposte:

  • trasferire in capo ad Agea le funzioni di organismo pagatore svolte dall’ente nazionale Risi;
  • rivedere l’insieme delle prestazioni istituzionali esternalizzate da Agea e restringere le possibilità per essa di promuovere o costituire consorzi e società;
  • riportare in capo ad Agea il coordinamento tecnico delle attività svolte da SIN;
  • fare in modo che i Centri di assistenza agricola e gli organismi pagatori, ottimizzino il processo di raccolta delle informazioni e di monitoraggio in modo da assicurare in tempo reale la trasmissione dei dati all’organismo di coordinamento e, allo stesso tempo, garantire loro, nel rispetto delle rispettive competenze, l’accesso al database di Agea per un quadro allineato dei dati e dei requisiti;
  • i liberi professionisti (agronomi, forestali e periti), possano accedere ai fascicoli aziendali senza l’istanza di delega alla regione.

Promozione dell’accesso al credito per le aziende agricole

Tra gli interventi necessari al rilancio del settore rientrano senza dubbio tutte le misure volte a favorire e facilitare l’accesso al credito da parte delle aziende agricole. Tra le operazioni che potrebbero essere immediatamente attuate, ci sono i finanziamenti erogati da ISMEA a valere sul Fondo credito di cui alla Decisione della Commissione europea C (2011) 2929 del 13 maggio 2011. Anche in considerazione delle numerose opportunità offerte dalla programmazione comunitaria, ormai funzionante a pieno regime, risulta quanto mai urgente l’attivazione del Fondo in questione al fine di aumentare la dotazione delle risorse complessivamente disponibili per la realizzazione di progetti da parte delle aziende agricole e di facilitarne l’accesso anche attraverso la riduzione del costo dell’indebitamento.

Misure fiscali

Tassare la terra significa perdere l’unico presidio ancora reale del nostro territorio: l’agricoltore, obbligandolo al pagamento di un’imposta sullo strumento della produzione a prescindere dal fatto che un terreno abbia reso o meno in termini economici o sia stato vittima di calamità atmosferiche, di fitopatie o altri eventi non prevedibili. La legge di stabilità 2016 esclude dal pagamento dell’IMU i proprietari terrieri che siano Coltivatori Diretti CD o Imprenditori Agricoli Professionali IAP; non tiene conto però che tali soggetti possono avere terreni in affitto o in comodato d’uso sui quali, indirettamente, tramite l’affitto, ricade il costo dell’IMU. Per tale motivo chiediamo che l’imposta sia esclusa su quei terreni concessi in affitto e in cessione a CD e IAP per un contratto che non abbia durata inferiore a 5 anni, ovvero il termine necessario a poter intraprendere interventi ammessi a contributo PAC. Alternativamente, si potrebbe escludere la tassa anche su quei terreni agricoli semplicemente usati per autoproduzione, attività comunque benefica per la tutela del territorio e per il sostentamento familiare in questo periodo di crisi.

Lotta alle Agromafie, al Caporalato e più in generale allo sfruttamento della manodopera agricola italiane e straniera

È nostra ferma convinzione che non sia possibile una produzione di qualità dei prodotti senza una qualità del lavoro che intendiamo come il rispetto dei diritti delle persone, dei contratti collettivi nazionali e delle leggi su tutta la filiera produttiva che porta i prodotti agricoli dalla terra al consumatore, il quale deve sicuramente aver accesso a prodotti sani, ma anche la sicurezza che non siano l’esito di sfruttamento neoschiavistico.
Nel corso del 2016 il Movimento 5 Stelle ha contribuito alla stesura ed all’approvazione della Legge 199/2016 “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” che ha sancito un passo importante nella direzione di una lotta alle forme di illegalità diffuse nel primo settore con particolare riguardo all’intermediazione illecita.
Sappiamo che il caporalato e più in generale lo sfruttamento dei lavoratori sono fenomeni strutturali della filiera produttiva italiana – che si estende a tutte le Regioni e che trova analogie sul continente europeo -, all’interno della quale vanno considerati anche i numerosi ghetti nei quali vengono stipati migliaia di uomini e donne che lavorano nei campi. Questo sistema che potremmo definire di “Ghetto economy” deve essere respinto perché offende gravemente la dignità delle persone e non è più tollerabile sotto tutti i punti di vista. La Legge 199/2016 è un passo importante verso una ridefinizione della legalità e della giustizia nell’intero comparto, parte di un lavoro più ampio che ha come obiettivo principale la rivalorizzazione dei centri per l’impiego pubblici, le liste di prenotazione dei lavoratori in ambito agricolo e la creazione di una politica alloggiativa dei braccianti stranieri che sia degna di questo nome.

Semplificazione lavoratori stagionali

La semplificazione in materia di sorveglianza sanitaria è auspicabile, purché non venga concepita come una deregulation sui diritti acquisiti; per questo è logico che la visita medica preventiva e periodica dei lavoratori stagionali o a tempo determinato assunti da un datore di lavoro, fino ad un certo numero di dipendenti, vengano effettuate direttamente dai servizi di prevenzione igiene sicurezza ambienti di lavoro delle ASL territorialmente competenti, senza ulteriori oneri per lo Stato e per i datori di lavoro. La semplificazione degli altri adempimenti, passa inevitabilmente attraverso una maggiore informatizzazione di tutto il sistema; per la valutazione del rischio delle aziende agricole fino a 10 lavoratori, ad esempio, la valutazione del rischio potrebbe essere standardizzata e compilabile direttamente dal datore di lavoro attraverso un apposito portale dell’INAIL. Infine, l’attestazione della formazione degli operatori, allo scopo di essere dimostrabile, dovrebbe registrarsi in un database nazionale o commisurata sulla base di crediti formativi, con gli aggiornamenti periodici della stessa che tengano conto della formazione pregressa, evitando ogni volta dover ricominciare da capo, facendo così risparmiare tempo e denaro ai dipendenti e ai datori di lavoro.

La terra per i giovani

Al fine in incentivare il ricambio generazionale in agricoltura abbiamo proposto di stabilire canoni di affitto ad hoc per i terreni demaniali dati in locazione a giovani agricoltori La normativa attuale prevede l’alienazione dei terreni agricoli demaniali in favore «al miglior offerente», con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare (si pensi al fenomeno, esacerbato dalla crisi energetica e dalla speculazione finanziaria, del land grabbing: oltre 700.000 piccole aziende sono sparite nell’arco di un decennio e il 30% dei terreni fertili è in mano all’1% delle aziende). È evidente che tale provvedimento contrasta con quella che dovrebbe essere una politica di promozione dell’accesso alla terra per i giovani agricoltori. Allo stesso modo, deve essere incentivato l’accesso alla terra a coloro che, non più giovani sono usciti o sono stati esclusi dal “mercato” del lavoro, in primis le donne e i soggetti deboli della società. Per evitare distorsioni nell’applicazione della legge si è introdotto il divieto di utilizzare tali terreni con scopo diverso da quello agricolo e di coltivare piante geneticamente modificate. Le risorse derivanti dai canoni di affitto devono essere destinate all’incentivazione, valorizzazione e promozione dell’agricoltura nazionale con priorità all’agricoltura biologica, nonché allo sviluppo delle micro e piccole imprese agricole. Per favorire il ricambio generazionale e visto che l’attività agricola data l’esposizione a molti fattori di rischio, quali il clima avverso, discomfort dell’ambiente di lavoro, esposizione ad agenti chimici, biologici ecc., rientra sicuramente tra le tipologie di lavoro usurante, il Movimento 5 Stelle propone che i lavoratori stagionali, a tempo determinato e indeterminato del “primario”, siano annoverati nelle misure di salvaguardia ovvero nelle deroghe ai requisiti previdenziali introdotti dalla “legge Fornero” nel dicembre 2011. Ci impegneremo affinché anche al lavoro agricolo venga riconosciuto lo status di “lavoro usurante”.

Agricoltura di territorio, multifunzionale e contadina

Il modello contadino a cui intendiamo riferirci è l’azienda di ridotte dimensioni economiche ed estensive che produce con alta intensità di lavoro e bassa capitalizzazione, con vendita diretta e prevalentemente nel territorio limitrofo, che pratica la diversificazione culturale, tecniche agronomiche conservative a basso o nullo impatto ambientale come la permacultura, la riproduzione e la conservazione delle sementi e delle razze autoctone. Al fine di incentivare l’agricoltura contadina e ogni forma di ricambio generazionale, dobbiamo prevedere adeguate agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche per gli agricoltori contadini; la possibilità per tali soggetti di trasformare le materie prime di esclusiva loro produzione presso le strutture aziendali e le abitazioni private previo rilascio della autorizzazione sanitaria; l’innalzamento della soglia di reddito annuale necessaria per rientrare nel regime di esonero IVA.
Due settori in particolare che richiedono semplificazioni sono quelli relativi alla commercializzazione di latte crudo e uova extra fresche. L’incentivazione alle produzioni biologiche e agro ecologiche devono presupporre anche un controllo sulle frodi e quindi sui sistemi di certificazione (biologica).

 


 

CAPITOLO 4

AGRICOLTURA E SOSTEGNO: Gli interventi necessari negli altri settori in difficoltà

Una serie di settori di particolare rilevanza per il nostro patrimonio agro-alimentare e ambientale si trova in situazione di difficoltà. Pur non essendo la lista esaustiva, di seguito proponiamo un piano per la razionalizzazione, il potenziamento e il rilancio di questi settori.

Settore brassicolo (birra)

Negli ultimi anni il settore brassicolo a livello artigianale è cresciuto e sta sollecitando positivamente l’indotto e l’agricoltura. La normativa è nata quasi sessanta anni fa, ed è lacunosa e da aggiornare, abbiamo intenzione di:

  • rivedere l’intero impianto legislativo in materia di birra;
  • introdurre agevolazioni finanziarie o fiscali per favorire la nascita di maltifici;
  • sostenere ancora i programmi sperimentali intrapresi dalle università o dagli Enti di ricerca indirizzati allo sviluppo e alla reintroduzione della coltivazione del luppolo autoctono in Italia;
  • ridurre l’accisa come da direttiva comunitaria 92/83/CEE che prevede aliquote di accisa diversificate in base alle dimensioni del birrificio ed effettuare il suo ‘accertamento al momento del condizionamento.

Tartufi e funghi

Si tratta di settori che rappresentano l’ennesima eccellenza del nostro “made in Italy” riconosciuta a livello nazionale ed internazionale. I funghi ipogei ed epigei oltre ad essere strategici dal punto economico, rappresentano degli importanti indicatori biologici che ci forniscono indicazioni sullo stato di salute dei nostri ecosistemi. La riduzione della produzione a cui si assiste negli ultimi anni è emblematica delle perturbazioni apportate dall’uomo nei vari ambienti naturali, di tecniche di raccolta invasive, dei cambiamenti climatici ecc. In particolare le specie ipogee (tartufi) risentono dell’importazione di varietà asiatiche, esteuropee ed africane che, senza un’adeguata etichettatura e controlli, vengono “spacciati” per specie nostrane di alta qualità, da parte di venditori, trasformatori e ristoratori senza scrupoli, perpetrando gravi frodi ai danni dei cittadini. Non solo, ma la mancanza di adeguati controlli soprattutto alle frontiere, determina la diffusione nei nostri ambienti del materiale propagativo (spore e micorrize) di queste specie “aliene” che rischia di erodere la biodiversità micologica del territorio nazionale, col rischio di estinzione di moltissime specie autoctone, con danni economico-ambientali difficilmente quantificabili. La mancanza di una legislazione efficace e chiara, consegna inoltre tutto il mercato degli ipogei e degli epigei al “nero”, che oltre alle minori entrate fiscali, mette a repentaglio la sicurezza alimentare. Il Movimento 5 Stelle propone una serie di misure volte a: incentivare le attività delle aziende agricole forestali finalizzate al miglioramento ambientale, tenendo conto del progetto speciale funghi dell’ISPRA; disciplinare la ricerca e la raccolta dei prodotti nei boschi e nei terreni non coltivati e ad istituire un registro anche informatico, in cui annotare annualmente la quantità di prodotto commercializzato nell’anno e raccolto nella regione stessa; rivedere le disposizioni in materia di etichettatura delle produzioni che esaltino il prodotto stesso per la presenza di prodotti del bosco in percentuale minima del 3 per cento del peso totale; vietare che i prodotti contenenti aromi di sintesi dei prodotti del sottobosco e del sottosuolo boschivo possano evocare in etichetta (fatti salvi negli ingredienti), il termine fungo, tartufo o altro prodotto del bosco, attraverso diciture e immagini, riportando in modo chiaramente visibile la dicitura «prodotto contenente aromi di sintesi»; prevedere l’obbligo per i contribuenti che applicano il regime speciale, di annotare in apposito registro gli acquisti, con indicazione della data e del luogo o dell’area di raccolta, e le cessioni dei prodotti del sottosuolo boschivo nonché prevedere un’aliquota IVA ridotta; inasprire il quadro sanzionatorio.
Necessario poi specificare in modo chiaro l’attività di carattere hobbistico di raccolta con quello commerciale.

Settore apistico

Le “3 A”, ossia l’Agricoltura, l’Ambiente e l’Apicoltura sono gli elementi che interconnessi tra di loro sono imprescindibili per uno sviluppo sostenibile del settore primario. Il Movimento 5
Stelle si batte affinché all’apicoltura e agli apicoltori venga universalmente riconosciuto il merito di fornire “servizi ecosistemici” essenziali per la società, volti al mantenimento della biodiversità ambientale che rappresenta il sistema immunitario della natura, e a contribuire direttamente attraverso l’impollinazione, alla produzione di centinaia di colture agrarie strategiche per la sussistenza del genere umano. È necessario risolvere le numerose problematiche nella trasmissione dei dati tra le anagrafi regionali e quelle nazionali nella BDA (Banca nazionale apistica). Il M5S si impegna a promuovere, anche in ambito europeo, norme per un’etichettatura di tutti i prodotti apistici che riportino i luoghi di raccolta e di confezionamento, in modo da consentire al consumatore di operare scelte consapevoli. L’etichettatura dovrebbe riportare anche indicazioni sui criteri qualitativi e di diversa origine botanica e territoriale del prodotto, secondo dei parametri fissati dal MIPAAF. Per la tutela e la valorizzazione dell’apicoltura italiana, è necessario inoltre:
promuovere l’apicoltura biologica basata sull’impiego di sostanze di origine naturale, a basso impatto e metodi preventivi; attuare delle campagne di educazione alimentare ed informative sulle qualità e sugli effetti benefici, del miele e degli altri prodotti apistici; sviluppare programmi di ricerca e sperimentazione sulla valutazione degli effetti degli agrofarmaci sulle api e sugli altri pronubi; incentivare l’impiego di api regine italiane con provenienza da centri di selezione genetica; riconoscere e incentivare il “servizio d’impollinazione” offerto dalle api, in particolare nel settore sementiero, ortofrutticolo e della produzione biologica, anche attraverso un’attività di formazione degli apicoltori circa le tecniche di allevamento finalizzate all’espletamento di questo servizio, per favorire l’incremento quantitativo e qualitativo delle produzioni; sburocratizzare il comparto apistico; integrare l’elenco delle “attività agricole connesse” comprendendo, oltre alla lavorazione e al confezionamento del miele, anche tutti gli altri prodotti dell’apicoltura; incentivare la modernizzazione degli impianti apistici; estendere il divieto di utilizzo di prodotti fitosanitari ed erbicidi tossici anche nel periodo di produzione della melata dei fruttiferi, e in corrispondenza della fioritura delle piante spontanee e delle colture agrarie. Secondo il M5S, per stimolare tutto il settore, è fondamentale applicare finalmente un’aliquota compensativa ai fini IVA alla “pappa reale” e gli altri prodotti apistici, considerandoli a tutti gli effetti “prodotti agricoli. Prendendo infine spunto da altre esperienze europee ed extraeuropee, il M5S propone di incentivare politiche agricole volte alla creazione di corridoi ecologici per la protezione degli impollinatori.

Ippica

Il settore ippico, che fino a qualche anno fa poteva contare su un sistema che si autoalimentava efficacemente, è in forte crisi. Il M5s si pone tre obiettivi:

  • La tutela del benessere dei cavalli;
  • La tutela pubblica del settore
  • La costituzione di una Consulta tecnica per il rilancio del settore ippico.

C’è la necessità dunque di istituire, presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, la Commissione per il benessere del cavallo. A questo si aggiunga la predisposizione di un piano per il recupero e la gestione dei cavalli a fine carriera o infortunati al fine di evitare che tali esemplari possano essere utilizzati nelle corse clandestine in mano alla criminalità organizzata ovvero destinati alla macellazione illegale.
Altre misure dovranno riguardare l’impedimento delle scommesse virtuali all’interno degli ippodromi e una sostanziale riorganizzazione della lega ippica italiana, soprattutto nella revisione del consiglio direttivo dove dovranno essere rappresentati tutte le federazioni del comparto (allevatori, allenatori, società gestione ippodromi etc.) e da rappresentanti del MIPAAF.

 


 

CAPITOLO 5

AGRICOLTURA E AMBIENTE: il rapporto tra tecnologia e ambiente, l’alimentazione e il benessere animale

Favorire una agricoltura ambientalmente e socialmente sostenibile

Vastissima documentazione internazionale individua i prodotti fitosanitari come causa o concausa di alcune gravi patologie; in Francia il morbo di Parkinson è considerato, per legge, malattia professionale per gli agricoltori esposti ai prodotti fitosanitari. Esiste una normativa europea chiara (Regolamento (CE) 1107/2009) che identifica il percorso autorizzativo delle sostanze; inoltre in nome del principio di precauzione assunto anche dal PAN (piano d’ azione nazionale per l’uso sostenibile dei fitosanitari) è possibile vietare l’utilizzo di sostanze che abbiano rischi inaccettabili; tuttavia, tale sistema è stato eluso consentendo l’impiego di sostanze non autorizzate attraverso un uso distorto delle deroghe. Al fine di ovviare a questa situazione il M5s vuole attuare: l’interruzione delle autorizzazioni eccezionali dei prodotti fitosanitari; il divieto effettivo di irrorazione aerea così come previsto dal PAN; la massima trasparenza e informazione sulle sostanze che vengono utilizzate in ambiente acquatico e nell’acqua potabile; misure sanzionatorie per la mancata osservanza del PAN; ai decreti dirigenziali che autorizzano le deroghe siano obbligatoriamente allegate le schede di sicurezza dei prodotti e riviste le etichette specificando la composizione, il rischio e i co-formulanti; l’introduzione dell’obbligo di indicazione della dichiarazione della identità e della concentrazione della sostanza utilizzata; provvedimenti affinché la tossicità di un prodotto fitosanitario sia calcolata non solo in base al principio attivo ma alla formulazione del prodotto nel suo complesso; il potenziamento delle attività di ricerca su pesticidi e fitosanitari; la definizione di un’unica autorità che sia di riferimento per i cittadini con funzione di coordinamento di tutti gli organismi di controllo previsti nonché un’implementazione del sistema di verifica sulla effettiva attività svolta dalle autorità locali competenti; l’identificazione di un ente terzo, pubblico, che effettui la sperimentazione indipendente; la diffusione dell’agricoltura biologica e biodinamica; l’identificazione e valutazione dei rischi da esposizione multipla ai pesticidi; l’implementazione delle risorse a favore dei servizi fitosanitari regionali e nazionale, e dei controlli che vigilino sul rispetto del PAN.
Il settore biologico è fondamentale per il nostro Paese e, oggi più che mai, va tutelato e valorizzato per il rilancio della nostra economia. Vorremmo fare in modo che il settore industriale non arrechi danno ad un’agricoltura di qualità oltre che al tessuto socioeconomico di interi territori. Innanzitutto, si vuole evitare che agenti inquinanti contenuti nelle matrici ambientali si possano trasferire ai prodotti stessi, pregiudicandone la qualità e le proprietà organolettiche o, addirittura, arrivando ai consumatori finali. Pertanto, si ritiene necessario e imprescindibile fissare regole certe per fare in modo che nei territori dove si producono prodotti biologici, DOP e IGP siano esclusi dalla realizzazione delle tipologie impiantistiche inquinanti come ad esempio: l’incenerimento dei rifiuti, impianti per la produzione di energia derivante da biogas, biometano, biomasse, discariche, nonché per la ricerca, la coltivazione e lo stoccaggio nel sottosuolo di idrocarburi. Tale divieto non si applica ai piccoli impianti e installazioni necessari alla lavorazione e alla trasformazione dei prodotti agroalimentari biologici, DOP e IGP.

Contrasto a parassiti e fitopatie

La maggioranza dei prodotti agricoli quali vite, olio, agrumi, kiwi, castagne e miele è minata da fitopatie aggressive che ogni anno falcidiano intere coltivazioni con una mancata produzione, da nord a sud del territorio nazionale, che costa oltre 500 milioni di euro.
I costi dei danni provocati dalle specie esotiche invasive nel territorio unionale ammontano a circa 12 miliardi di euro l’anno, secondo la valutazione d’impatto della Commissione UE. L’effetto dei mutamenti climatici e la globalizzazione selvaggia attraverso le importazi oni di prodotti agricoli potrebbero essere verosimilmente all’origine di un preoccupante prolificare di fitopatie specie virus, funghi e insetti che stanno attaccando pesantemente le eccellenze italiane della terra.
Le fitopatie e le epizoozie ogni anno falcidiano le coltivazioni italiane e c’è bisogno di maggiore tempestività e di misure più importanti sul territorio, poiché parassiti e fitopatologie nuove, non trovando fattori naturali di contrasto, si sviluppano rapidamente con enormi danni economici agli agricoltori e pesanti ripercussioni su habitat e paesaggio agrario di vaste aree. I coltivatori sono molto preoccupati dalla globalizzazione dei parassiti, in quanto si trovano a fare i conti con specie originarie dell’Asia o delle Americhe, per le quali il nostro ambiente non è preparato e non ha predatori naturali. E’ necessario che la ricerca e la sperimentazione di nuove tecniche di monitoraggio e di prevenzione ad ampio raggio, tutelino i territori da queste nuove specie aggressive di parassiti, in tempi utili ad evitare la propagazione e a preservare raccolti e frutti. Le specie invasive non riguardano solo il territorio nazionale, ma l’intera area dell’Unione Europea, e pertanto i rischi e i timori associati alla loro presenza rappresentano una sfida che valica i confini e riguarda tutta l’Unione europea. Le nostre proposte per contrastare tali rischi sono:
• Rivedere urgentemente il quadro normativo vigente al fine di introdurre deroghe che consentano, interventi mirati di lotta biologica con l’utilizzo di antagonisti naturali provenienti da altri areali.
• Istituire un elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza nazionale e dare piena attuazione al regolamento UE n. 1143 del 2014 prevedendo un adeguato sistema informativo necessario ad agevolare l’applicazione del suddetto regolamento;
• Individuare le strutture operative preposte ad eseguire i controlli ufficiali necessari a prevenire l’introduzione deliberata nel territorio nazionale ed unionale di specie esotiche invasive di rilevanza unionale razionalizzando i punti di accesso merci sul territorio nazionale;
• Prevedere un sostegno finanziario per il risarcimento dei danni alle imprese agricole, vivaistiche e zootecniche oggetto di provvedimenti fitosanitari obbligatori da parte delle regioni e delle province autonome;
• Implementare, sia sotto il profilo finanziario che tecnico-organizzativo, i programmi di ricerca sulle specie invasive per approfondire la conoscenza del ciclo biologico di queste specie alloctone e condividere le strategie di lotta disponibili per contenerne la diffusione, anche con l’obiettivo di fornire alle imprese agricole e zootecniche che hanno subito danni le necessarie indicazioni operative per la prossima campagna produttiva.
• Assumere iniziative affinché siano predisposti incentivi e sgravi fiscali volti a promuovere l’utilizzo di microrganismi del suolo attraverso fertilizzanti naturali per il risanamento del terreno in modo da potenziare la resa e il sistema immunitario endogeno delle piante.

Tutelare il benessere animale

Parlare di allevamento oggi, non può prescindere dal concetto di “benessere animale”. Il Trattato di Lisbona, all’articolo 13, definisce gli animali quali «esseri senzienti», il cui benessere, all’interno dell’Unione europea, deve essere tutelato attravers o una legislazione adeguata ed efficace.
Compatibilmente con gli obiettivi di reddito degli allevatori bisogna attuare un graduale passaggio ai sistemi di allevamento alternativi, anche attraverso incentivi economici o defiscalizzazioni; un maggiore controllo sul numero dei pulcini che ogni giorno vengono soppressi perché “inutili” alla catena economica degli allevamenti o privati del becco per evitare situazioni di cannibalismo all’interno di allevamenti in cui le condizioni degli animali sono di stress e sovraffollamento. La problematica riguarda anche oche, scrofe, animali destinati alla produzione di pellami o pellicce (per i quali abbiamo chiesto il divieto sul nostro territorio) e conigli. Sugli allevamenti intensivi di suini, in particolare, abbiamo posto particolare attenzione al fenomeno del mozzamento della coda o all’impossibilità di grufolare a causa della restrizione totale dello spazio di libertà dell’animale. Anche la fase del trasporto degli animali destinati agli allevamenti o alla macellazione è molto delicata influenzando in maniera significativa la qualità delle carni da esse derivate. È fondamentale migliorare la normativa sul trasporto animale, sia in sede nazionale che comunitaria, per introdurre limiti temporali massimi al trasporto degli animali su lunga distanza; porre in essere iniziative volte all’adozione di politiche che non prevedano la sovvenzione, attraverso fondi pubblici, per l’apertura di grandi macelli industriali che richiedano la movimentazione di decine di migliaia di animali. Relativamente alla macellazione vorremmo che il suo espletamento, anche quello rituale, fosse preceduta da un preventivo stordimento dell’animale al fine di evitargli eccitazioni, dolori e sofferenze. Una riflessione a parte meritano gli allevamenti di animali da pelliccia, che, come sta avvenendo ormai in tutta Europa e nel mondo, vorremmo abolire definitivamente.

Organismi Geneticamente Modificati

Gli OGM sono stati introdotti in agricoltura più di 20 anni fa e a seguito di un esordio denso di aspettative in realtà si sono diffuse solo 4 specie agricole (soia, mais, colza e cotone) destinate soprattutto alla alimentazione animale con una riduzione della biodiversità dove l’introduzione è avvenuta in maniera massiccia, un incremento dell’uso dell’erbicida associato e brevetti capestro che penalizzano anche i coltivatori che subiscono contaminazioni. Vista la crescente opposizione dell’opinione pubblica in Europa la normativa è stata modificata in modo da dare l’opportunità agli Stati membri di scegliere se coltivare OGM sul loro territorio o no. Inoltre l’Italia è da sempre favorevole alla legislazione che ne vieta anche la ricerca in campo aperto e questo ne fa un’isola felice per chi vuole investire in prodotti di qualità. La speculazione sugli OGM riguarda le nuove biotecnologie, “genome editing” e “cisgenesi” che, benché molto più raffinate, soggiacciono alle stesse logiche di monocultura e di brevettualità di processo e di prodotto degli OGM e quindi alle stesse storture democratiche e commerciali. Il movimento 5 stelle si impegna a mantenere l’Italia al di fuori di queste speculazioni al di là della metodologia scientifica usata per imporle ed è contrario alla introduzione di qualsiasi coltivazione OGM. Ritiene inoltre indispensabile che le etichette dei prodotti alimentari di origine animale e loro derivati riportino obbligatoriamente l’indicazione della eventuale presenza di OGM nella mangimistica utilizzata per l’alimentazione animale.
Ora l’attenzione si sposta verso le nuove biotecnologie, soprattutto cisgenesi e genome editing,

che rappresentano la nuova frontiera di OGM. Il percorso che stanno attuando le multinazionali sembra essere il medesimo che per gli OGM e la Commissione Europea temporeggia in tema di definizioni e legislazione sulla brevettazione, la cui liberalizzazione significherebbe miliardi di euro nelle casse delle grandi aziende e potenziali rischi del comparto, ancor più disastrosi che con gli OGM. Il MoVimento si impegna a contribuire all’aggiornamento della normativa europea a tale riguardo, a protezione della libertà di coltivazioni, e contro il monopolio delle sementi.
Al fine di consentire agli agricoltori di continuare ad utilizzare liberamente i ritrovati vegetali,

risulta necessario assicurare che anche i prodotti derivanti da processi essenzialmente biologici secondo la definizione europea, siano esclusi dalla disciplina brevettuale sulle invenzioni biotecnologiche per essere assoggettate alla disciplina della privativa comunitaria per ritrovati vegetali.

Agricoltura di precisione

Oggi è necessario che lo sviluppo dell’agricoltura ruoti intorno al concetto di sostenibilità delle produzioni agricole, adattamento ai cambiamenti climatici e resilienza delle coltivazioni e riduzione dei gas serra. Su questi temi, il nuovo ramo dell’agricoltura, quella di precisione, ovvero una gestione delle attività di coltivazione (semina, irrigazione, fertilizzazione, rac colta ecc.) e una metodologia di elaborazione dei dati per programmare gli interventi in campo è una strategia da rendere accessibile a tutti. A questi obiettivi, si aggiunge una richiesta la maggiore tracciabilità e trasparenza delle produzioni, di qualità dei prodotti e di valutazione del benessere animale. Essendo questo un settore multidisciplinare unendo competenze tecnologiche, ingegneristiche ed agronomiche e per questo, riesce anche a dare nuove opportunità di lavoro permettendo all’agricoltore di dedicarsi con più tempo alla promozione dei propri prodotti.

Tutela e conservazione della fauna selvatica

La protezione della fauna e dell’ambiente nel nostro Paese è stata carente e lacunosa, esponendoci spesso a costose procedure di infrazione.
È fondamentale tutelare la fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato, e allo stesso tempo le attività agricole dai danni da essa provocati. Pertanto il M5S si impegna ad applicare misure concrete per il contenimento di tali danni. Tra queste, l’istituzione di un osservatorio permanente in grado di censire con puntualità e certezza i danni provocati su tutto il territorio nazionale, ma anche l’erogazione di un giusto e puntuale risarcimento/indennizzo agli agricoltori, anche scorporandolo dalla quota massima prevista per gli aiuti alle aziende agricole rientranti nel regolamento de minimis.
Fondamentale è anche la lotta al bracconaggio, fenomeno particolarmente diffuso. Riteniamo necessario che il nostro Paese garantisca l’applicazione del Piano nazionale antibracconaggio, con interventi concreti ed efficaci per contrastarlo.

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