Zona Franca. Una riflessione personale

Premessa importante

Ad oggi il Movimento 5 Stelle della Sardegna, inteso nelle sue componenti di rappresentanza (portavoce) e di libera partecipazione (meetup, attivisti, simpatizzanti) non ha espresso alcuna posizione ufficiale o ufficiosa sull’argomento. Pertanto, questo scritto è una opinione personale tra le tante, ancorché cortesemente ospitata in questo sito, riportata volentieri per stimolare una discussione, purché serena e razionale. Ciò non esonera l’eventualità che venga successivamente eliminato, qualora risultasse in chiaro contrasto con la posizione che eventualmente assumerà il Movimento.

La mancata attuazione

Sulla creazione di una “zona franca” sono decenni che si discute. Infatti, fin dalle prime stesure dello Statuto sardo si voleva dare alla Sardegna anche questa opportunità, con la sana speranza che fosse uno strumento aggiuntivo per il benessere economico-sociale dell’isola. Nonostante le previsioni statutarie, le successive norme statali, gli accenni generici sul Trattato dell’Unione Europea e le sentenze della Consulta, di fatto detta possibilità ancora oggi resta lettera morta. I motivi di questa “incompiuta” sono diversi e non solo politici come si vorrebbe fare intendere.

Il primo, decisamente il più complicato e difficile da superare, è  di natura normativa ed attuativa. Non sono un esperto di diritto commerciale internazionale o tributario e neppure un esperto in qualcosa più di tanti altri se non, lo spero, nella propria professione. Scrivo da semplice cittadino con quel che deriva da una lettura, seppur attenta, ma sicuramente incompleta e generica. Per questo motivo riproduco volentieri le conclusioni pubblicate dall’Ordine dei Dottori Commercialisti di Cagliari, frutto di un convegno sul tema da loro promosso il 10 novembre 2017 e che ha visto la presenza tra gli altri, di Enrico Altieri (presidente Corte di Cassazione), di Angelino Perrino magistrato della Sez. Tributaria della Corte Cassazione che si occupa spesso di IVA e Dogane, Roberta Grappiolo Capo settore TAXUD della Commissione UE. Il video del convegno è disponibile su Youtube.

Il comunicato è stato pubblicato con un’inserzione a pagamento sull’Unione Sarda del 19 novembre 2017:

Per il diritto UE, che regola all’interno dell’Unione i tributi armonizzati, “Zona franca” è un regime doganale diretto essenzialmente a favorire le imprese che operano nell’esportazione.

Poiché interessa “diritti di confine”, quali dazi e IVA e detassa beni e servizi all’interno di un determinato perimetro, per l’istituzione in Sardegna di una o più zone franche in Sardegna non è sufficiente un provvedimento legislativo emanato dalla Regione, benché a statuto speciale, ma vanno applicate regole e rispettate precise norme, assunte in linea con la legislazione europea e con quella nazionale.

La creazione, poi, di una “Zona Franca Integrale”, con detassazione estesa anche al consumo (gli acquisti di beni al dettaglio da parte di tutti i cittadini n.d.r.) trova dei limiti nel diritto stesso della UE sia sotto il profilo delle “libertà individuali” sia, soprattutto, degli “aiuti di Stato”.

Per quanto riguarda, inoltre, l’instaurazione di una “zona no tax” o “Tax Free” che escluda dall’IVA le attività di imprese e di professionisti fino alla fase del dettaglio a favore di privati su tutto il territorio della Sardegna, ciò comporta una modifica alla Direttiva IVA UE accettata all’unanimità da tutti gli Stati membri, nonché un successivo intervento legislativo interno in tutti i Paesi membri che devono recepire la modifica al requisito della “territorialità”.

Il percorso, in pratica, è lungo e difficile. Sicuramente una “Zona Franca”, a partire dalle zone portuali, estesa in seconda battuta a tutta la Sardegna in attuazione del D.Lgs. n.75 /1998, non sembra di immediata e pronta attuazione.

Così, in estrema sintesi, le riflessioni degli autorevoli esperti che si sono espressi a riguardo. Il comunicato poi prosegue snocciolando punto per punto le possibili forme di zona franca, nelle sue varie sfaccettature, le incompatibilità, i limiti e le oggettive valutazioni. Da una “Zona franca” circoscritta a quella integrale, dalle Zone Economiche Speciali (ZES) alle “Zone Franche Urbane” fino alla concettuale “Zona Franca Doganale”. Il testo è esplicativo ed esaustivo, per cui si suggerisce una lettura (al momento non è reperibile in rete).

Dopo queste conclusioni potrebbe essere superfluo ogni ulteriore commento e sostegno alla istituzione di zone franche comunque dimensionate.

Tuttavia, ritengo utile riflettere su un secondo motivo per il quale dubito, stante la precaria situazione economica regionale e nazionale, che tale istituto possa tradursi presto in realtà, almeno nei presupposti e nelle intenzioni di tanti promotori. Ciò non vieta che si possano attuare come avviene proprio in queste settimane per la Zona Franca Urbana (ZFU) Iglesias- Carbonia che prevede esenzioni fiscali per imprenditori e professionisti in possesso di determinati requisti (leggi). Lo Stato ha predisposto un fondo speciale (124 milioni nel 2013 di cui 7 per la ZFU sulcitana) che di fatto è un rimborso di alcune imposte a carico delle imprese ammesse. C’è un tetto che limita l’agevolazione fiscale, pertanto non è illimitata sia in termini monetari che temporali.. L’intervento ha carattere sperimentale, in questo caso rientra nel Piano Sulcis e ci sono altri comuni di diverse regioni che, per via delle serie condizioni economico-sociali in cui versano,  potranno usufruire dello strumento.  Il tutto non dovrà mai uscire dai binari UE. Ed allora dobbiamo attendere gli esiti nei prossimi anni per valutarne la bontà dell’intervento.

Comunque vengano chiamate, le politiche economiche di sostegno non sono mai mancate, dalla fiscalità di vantaggio al supporto finanziario o contributivo, a favore di specifiche categorie o di classi sociali, anche territorialmente delimitate senza essere necessariamente definite “zone franche”. Si pensi, per esempio, alla fiscalità “d’emergenza” o alla sospensione od alla riduzione degli obblighi finanziari a favore delle popolazioni colpite da un terremoto o da dissesto idrogeologico. L’insularità della Sardegna non è soltanto un’accezione geografica è anche un stato sociale difficile, frenato. La UE contempla questo handicap ma lascia agli Stati membri le soluzioni.

In Sardegna ci proviamo. Per esempio, cercando di ridurre le distanze economiche con interventi mirati quali la continuità aerea che, nonostante il notevole sostegno pubblico,  presenta  mille difficoltà di attuazione: da parte della UE che li intende aiuti di stato e da parte degli stessi vettori che disertano le gare se non c’è un sicuro ritorno economico. Le compagnie aeree sono imprese private,  fanno i loro affari, a caccia di profitti migliori e sicuri, con delle strategie di mercato che sono ben lontane dal concetto di servizio pubblico. Solo da questo esempio possiamo cogliere che la UE, sulla eventuale istituzione di punti franchi estesi, non resterà a guardare. Anche gli accorgimenti  per favorire la presenza delle compagnie aeree low cost, comunque mascherati, sono aiuti di stato. Il caso dello scalo di Pescara e, per altri versi, di quello di Alghero, sono emblematici.

Il 22 ottobre 2017 si sono svolti due referendum consultivi regionali, in Veneto e in Lombardia, per rivendicare una maggiore autonomia, finanziaria e legislativa. In sintesi, due nuove Regioni a Statuto Speciale. Tra le tante giustificazioni per riaccogliere voti a favore, sono state pubblicate delle tabelle comparative come questa:

In sostanza si voleva dimostrare che le regioni del Nord, le più produttive e le principali artefici del PIL nazionali, pur rispettando il principio costituzionale di solidarietà (perequazione tra territori ricchi e territori poveri) davano o, in contrapposto, ricevevano poco. Senza addentrarci nei veri risvolti politici dietro ai referendum, promossi e sostenuti principalmente dalla Lega Nord, la tabella accanto, oggetto di contestazione da altre parti perché ritenuta non completamente veritiera, mette alla luce che la capacità contributiva delle regioni meridionali non riesce a coprire il fabbisogno per sostenere il sistema pubblico regionale. Sistema pubblico che è da considerare nella sua interezza: dal funzionamento degli enti locali e centrali, agli investimenti ed alle partecipazione nelle varie forme a sostegno dell’economia regionale.

Abbiamo, inoltre, la spesa per le prestazioni previdenziali e assistenziali, più quella, enorme, per il servizio sanitario. Il saldo negativo risultante è impietoso, soprattutto cinico. Insomma, lo Stato deve intervenire con oltre 5 miliardi di euro per la Sardegna. Onde fugare ogni dubbio sono andato a rileggere i dati “regionalizzati” che ha pubblicato la Ragioneria dello Stato. Si trovano qui.

Si riferiscono tutti al 2015. Ho ricavato un dato della spesa complessiva più alto della tabella esposta: sono oltre 17,6 miliardi di euro. Ora non dobbiamo immaginare che da Roma arrivi alla fine di ogni esercizio il pareggio tramite uno apposito stanziamento. Niente di tutto ciò. Il saldo, definiamolo così in maniera semplicistica, viene “garantito” in un altro modo. Pensiamo, per esempio, alle pensioni erogate dall’INPS. Sono circa 6 miliardi di euro ogni anno a favore dei 445.000 pensionati. Sono soldi che non passano dalle casse comunali o regionali, arrivano dalle tesorerie centrali.

La Sardegna è in buona compagnia per quanto riguarda il saldo previdenziale negativo come si evince dalla successiva tabella. Non sono spese ovviabili, semplicemente obbligatorie al 100%. Tutte in rosso, si salva di poco la provincia autonoma di Bolzano.

Nel conto complessivo rientrano i trasferimenti diretti da parte dell’Amministrazione centrale a favore degli enti locali, sia per spese correnti che per gli investimenti. Negli ultimi anni per poter rientrare nei parametri UE sul contenimento e rientro del debito pubblico, lo Stato sta attuando fortissimi tagli orizzontali senza risparmiare nessuno. Ma lo Stato contribuisce/spende di persona nell’isola anche in tanti modi. Pensiamo all’ANAS, alle strutture militari, agli uffici territoriali degli ispettorati ministeriali, alle forse di polizia, ai tribunali, le prefetture e via elencando. Sono gli stanziamenti, sempre di meno, necessari per tenere accesa la luce, muovere i mezzi, pagare gli stipendi. Arrivano direttamente da Roma ed anche questi partecipano alla spesa “regionalizzata”. Spesa che i sardi e chi di passaggio dovrebbero coprire con l’IVA, Irpef, bolli auto, Irap, marca da bollo, IMU, Tarsi, contributi previdenziali ed ogni altra imposta, tassa o balzello vigente.

Lo stesso sostegno vale per le imprese, i professionisti, le attività di qualsiasi tipo e missione operanti in Sardegna, sottoposti agli specifici regimi fiscali.

Abbiamo visto che la nostra partecipazione alla spesa è insufficiente, segno che l’economia sarda non si regge da sola. Il quadro è aggravato dalla pressione fiscale che ha raggiunto livelli insopportabili ed oltre non si può andare. Per non farci mancare niente, attraversiamo una crisi occupazionale e produttiva senza precedenti, che stenta a riprendersi nonostante i promettenti segnali che osserviamo nelle altre nazioni.

Potremmo dire allo Stato, scherzosamente, di allontanare dell’isola buona parte delle forze armate, di dismettere le carceri di massima sicurezza e quant’altro di non “indispensabile” (dipende da chi lo dice) per ridurre in parte la spesa pubblica complessiva. Purtroppo è una intuizione sbagliata. Intanto non sarebbero grandi cifre e quei soldi non verranno reinvestiti in altro in Sardegna.  Si vedano, infatti, la recenti dismissioni degli aeroporti militari di Elmas e di Decimomannu. Ci sono i musi lunghi per le tante buste paga in meno per i consumi nel territorio, nonché l’indotto che sparirà. Nessuna ritrovata voglia pacifista: la minore spesa non si traduce in una risorsa spendibile in altro. Si tratta dei tagli già accennati, compiuti fin dove è possibile. Restando all’esempio, l’assurdo sarebbe di  lasciare gli  aerei fermi a terra ad arrugginire e i piloti a guardare, perchè non li puoi licenziare.

La terza tabella che riportiamo comprende anche la quota interessi dovuta al debito pubblico nazionale, “regionalizzata”, all’incirca 70 miliardi di euro. I dati  dovrebbero rispondere di più alla realtà, mostrando che Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte sono, in ordine di saldo positivo, le Regioni che danno di più alla compensazione statale. In questa analisi, il numero sardo è peggiore.

L’economia sarda ha sempre sofferto? Probabilmente le risposte si possono trovare, nella storia recente, nelle motivazioni che portarono all’istituzione dell’ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria della Sardegna) nel 1951, la stessa Cassa per il Mezzogiorno (1950), oppure la legge eccezionale del Piano di Rinascita per la Sardegna (1962). Non dimentichiamoci i vari interventi straordinari miliardari, dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, per sostenere un industria petrolchimica già in crisi, nonostante gli acciai degli impianti luccicassero ancora di nuovo. Tutto ciò si riconduce nel divario ormai secolare tra Nord e Sud, nel calderone mai sopito della “questione meridionale” nel quale si sono immersi e profusi tanti politici, noti e meno noti, che hanno caratterizzato la storia d’Italia, dalla sua nascita fino ad oggi.

Eppure, fin dal 1948 è Regione a Statuto Speciale, atto fondamentale che prevede l’istituzione di punti franchi (art.12). Una previsione mai attuata che ha trovato un  interessato vigore solo negli anni recenti, presumibilmente dal peggiorare del quadro economico sociale per la crisi mondiale del 2008. Il Movimento Sardegna Zona Franca (qui il sito aperto nel 2013) è di fatto una realtà strutturata solo da pochi anni. Viene da chiedersi come mai, anche quando c’era il sardista Mario Melis presidente della Regione, nessuno abbia alzato i toni come avviene oggi. Toni che, si dica quel che vuole, si elevano sempre in prossimità di qualche scadenza elettorale regionale…

Ipotizziamo che…

Di fronte ad uno scenario in cui si pagano i carburanti la metà, senza più accise, oppure di fare acquisti senza più IVA, pari ad uno sconto fino al 22% secondo la la natura dei beni, è facile trovare consenso anche dal sardo più distratto. Domanda: chi coprirebbe i mancati introiti che, come abbiamo visto, non sono sufficienti per coprire il fabbisogno pubblico regionale?

Lo Stato? E come? Forse aggravando il debito pubblico nazionale, stampando qualche BOT in più per noi? Oppure, effetto più verosimile, riducendo di pari valore i trasferimenti, gli aiuti, le integrazioni, gli investimenti ed altri interventi? Potrebbe sopperire la Regione Sardegna, col suo bilancio? Non dimentichiamo che la metà è destinata alla spesa sanitaria. Oppure emettendo proprie obbligazioni? L’ultima strada è peggiorare l’imposizione fiscale locale, il gatto che si morde la coda.

L’obiettivo, lo sappiamo, è che istituendo queste isole fiscali, comunque finalizzate e circoscritte procureranno più occasioni di reddito, di occupazione e, di conseguenza, un incremento delle altre entrate fiscali, soprattutto Irpef, Irap ed Ires. Alcuni analisti hanno ipotizzato che la creazione di una zona franca integrale, metaforicamente richiederà di trascorrere i primi 4 o 5 inverni al freddo per poi stabilizzarsi e finalmente rilevare delle migliorie, nella peggiore delle ipotesi, dal decimo anno. Appunto, solo ipotesi. La sostanza è tutta qui: capire chi metterà i soldi per sopperire al deficit iniziale per lasciare invariato il quadro attuale del fabbisogno pubblico.

Concludo con due quesiti. Il primo è doveroso:  se tutto poi si risolvesse in un fallimento, cioè senza apprezzare alcun vantaggio? Il turista verrà in Sardegna solo perché il carburante è a metà prezzo? Quanti pieni di serbatoio, quale risparmio nei 4,6 giorni di presenza media? Inoltre, per davvero, crediamo che tutto costerà di meno? Siamo in un libero mercato e, una volta sbarcati, non avendo altre alternative, soprattutto nelle località costiere dove è presente un piccolo market, il nostro turista scoprirà che i prezzi praticati sono comparabili se non superiori a quelli con “IVA compresa” del  Continente.
L’altra questione: potenzialmente si potrebbero innescare tensioni di carattere concorrenziale nazionale e internazionale. Ad esempio tra isole del Mediterraneo, che vorrebbero estese o, all’opposto limitate se non annullate certe politiche di vantaggio, almeno sulla carta, economico. L’insularità vale per noi quanto per loro.  Non è un nostro problema perchè, presumibilmente la UE farà da pacere. Oppure no?

Campione d’Italia, Livigno e le acque italiane del lago di Lugano.

Sono queste le uniche “zone franche” italiane riconosciute anche dalla Unione Europea perché preesistenti. Sulla loro nascita e sopravvivenza trovate tutto su Wikipedia.

A Campione d’Italia, poco meno di duemila abitanti, il reddito medio pro-capite ai fini Irpef (2015), supera i 25.000 euro. Una bella sommetta a testa, neonati compresi. Per capirci, quello italiano si attesta sui 13.000 euro, mentre per la Sardegna sono appena 11.000 euro.

Direi di non soffermarci oltre su Campione d’Italia. Mi viene da definire quel comune un pezzo di Svizzera che batte bandiera italiana e nel contempo un pezzo di di Italia che batte bandiera svizzera. Si tratta di un’enclave italiana in pieno territorio svizzero in cui si applica il regime fiscale elvetico, che è decisamente migliore del nostro. Agli Svizzeri questa presenza in casa non è mai piaciuta. C’è anche il Casinò che procura introiti allo Stato, ed altre specialità per pochi e non generalizzabili altrove. Ciononostante, anche in questo piccolo Eden tricolore non tutto fila per il verso giusto (leggi).

Discorso opposto per Livigno, estremo confine settentrionale italiano, tra Lombardia ed ancora la Svizzera. I residenti sono circa 6.500 con un reddito Irpef medio pro-capite di16.800 euro, decisamente migliore rispetto al dato nazionale, più che mai a quello sardo. Eppure, nonostante sia una zona franca extra-doganale, priva di IVA e accise, il reddito dei livignaschi è inferiore al dato medio dell’intera Lombardia, che si attesta a 17.100 € Decisamante strano, perchè Livigno vive  anche di  turismo (rinomata località sciistica) oltre ai vantaggi fiscali. Infatti,  la vita è cara: affitti, abbigliamento, mangiare. Prezzi che erodono lo “sconto” IVA. Intanto non si può andare a Livigno per rifarsi l’arredamento della casa o riempire il bagagliaio di superalcolici o stecche di sigarette. Neppure dell’ottima bresaola della Valtellina. Ci sono dei limiti sia nelle quantità acquistabili che nella spendita, qualche centinaio di euro,  ed i controlli doganali lungo le poche strade di accesso sono frequenti. Ecco una tabella aggiornata con relativa franchigia consentita.

Alla fine chi ci guadagna sulla extradoganalità sono i benzinai, c’è sempre fila per fare il pieno il giorno di partenza, ed i commercianti. Questi ultimi però da qualche anno  risentono dei prezzi scontati concorrenziali riscontrabili sia su internet che nella grande distribuzione. E così un milanese trova  con facilità delle alternative vicino a casa se non sul monitor, senza l’esigenza di farsi ore di macchina, a patto che non ci vada giusto per sciare (gli impianti e le piste sono una meraviglia).

Un ultimo confronto: le Baleari

Le isole Baleari sono note in tutto il mondo. Sono una Comunità Autonoma spagnola, equivalente al nostro status di Regione autonoma. Il regime fiscale è di fatto quello ordinario dell’intera Spagna, nettamente migliore di quello italiano.

Osserviamo, innanzitutto, questo confronto sui numeri riportati nel riquadro.

Vivono solo di turismo, nient’altro. Solo divertimento e vacanzieri, supportato da un sistema di ospitalità ricettiva, svago e divertimento senza eguali. Solo spiagge e mare ed i soliti 4-5 mesi di redditizia attività stagionale come in Sardegna.  Non hanno Barumini, Nora, Tharros o Monte Prama. Non hanno le tante specialità eno-gastronomiche di qualità che offre la Sardegna. Non hanno la ricchezza etnografica, la storia, gli usi, i costumi, le tradizioni pagane e religiose. E poi i tesori ambientali, i paesaggi, la flora e la fauna. Infine,  limitandoci al principale richiamo turistico, le spiagge in estensione e varietà sono inferiori a quelle che coronano la Sardegna. Obietto, alla fine, che non hanno Macchiareddu, Ottana o Portovesme. Ma queste sono altre storie. Da solo il gruppo Saras partecipa nel PIL sardo con circa 10 miliardi di euro, un terzo. Aria irrespirabile e qualche chilometro più in la il resort Fort Village o Tuerredda: il diavolo e l’acqua santa.

Direi che più di Zona Franca le poche risorse economiche che non sono destinate a spese obbligatorie dovrebbero essere utilizzate per altri scopi, alle vocazioni ed alla potenzialità della Sardegna e risultati più tangibili. Purché non si rovini il paesaggio e l’ambiente, con equilibrio e sostenibilità. Anche la densità di popolazione (68 abitanti in Sardegna contro i 223 abitanti per chilometro quadrato delle Baleari) ha un suo preciso valore.

Una zona franca speciale: il Tax free shopping

E’ un privilegio che esiste da molti anni a favore dei cittadini non UE che vengono in visita nei nostro Paese: possono richiedere il rimborso dell’IVA (VAT refund) applicata ai beni acquistati. E’ un ottimo incentivo per favorire il turismo non europeo. Il tax free shopping è in forte crescita in tutta l’Europa. Restando in Italia, i principali utilizzatori di questa opportunità sono i cinesi (29%), i russi e gli americani che destinano circa il 30%  della spesa totale di questo tipo solo da noi. E’ facile intuire che si tratta di turisti particolari, noti anche con il termine di globe shopper, con soldi da spendere, soprattutto per i marchi italiani della moda di lusso. La Sardegna li vede circoscritti alla Costa Smeralda e poco altro.

Conclusione

A parte l’inutilità di un dispendioso referendum consultivo regionale, credo che insistere oggi sulla istituzione di una zona franca integrale, comunque definita, non abbia alcun senso, mancando le condizioni economiche e per i mille ostacoli di natura legislativa.

Ad ogni modo, politicamente tutto può succedere, ci sta, purché sia chiara e indiscutibile la sostenibilità economica. Non ci possiamo permettere corse al buio.

 

Francesco Desogus

3 Commenti

  1. Mi dispiace leggere un articolo che si basa solamente su ciò che hanno espresso degli “illustri” commercialisti senza fare alcun riferimento all’ avv. Scifo e alla dott.ssa Randaccio che, senza nulla togliere ai commercialisti, conoscono l’argomento in maniera, di gran lunga, più approfondita, in quanto pionieri della lotta senza quartiere, nei confronti di Stato e Regione, per rivendicare il diritto dei sardi alla zona franca, diritto sancito da leggi scritte che evidentemente molti ignorano. Gentile Francesco Desogus, anche se opinioni personali, credo che giungere a conclusioni, a mio avviso, affrettate, nei riguardi di un argomento cosi vasto e complesso, senza l’ausilio di sufficienti dati e informazioni, sia un grave errore. Le consiglio di contattare l’avv. Scifo e la dott.ssa Randaccio per illuminare tutti i punti oscuri (a lei) della questione.

  2. L UNICA COSA OGGETTIVAMENTE DEGNA DI ANALISI DEL SOPRACITATO DISCORSO,IN MERITO ALLA ISTITUZIONE ANZI ALL APPLICAZIONE DELLA ZONA FRANCA INTEGRALE è DIRE NERO SU BIANCO COME FINANZIARE CIO CHE FIN DAL TRATTATO DI ROMA CI SPETTA:MI CHIEDO,SE ESISTE UNA NORMATIVA COMPLETA…PERCHè NON LA SI ATTUA E LA SI FINANZIA?è UN OBBLIGO DI LEGGE!!!!!!!!!!
    IL DISCORSO SULLA FATTIBILITà GIURIDICA DELLA ZONA FRANCA AL CONSUMO DECADE IMMEDIATAMENTE GRAZIE ALLE LEGGI STATUTARIE REGIONALI,NAZIONALI ED EUROPEE CHE HANNO GIà CONCESSO L APPLICAZIONI DELLE FRANCHIGIE FISCALI IN SARDEGNA….

    COME DA RECENTE SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE LO SCORSO LUGLIO 2017.

    PER ULTIMO ,CHE SENSO HA DIRE:MA SE DIAMO LA ZONA FRANCA ALLA SARDEGNA POI LA CHIEDONO TUTTI,MA CHE LOGICA MUOVE CERTI DISCORSI,ALLORA SE IO CHIEDO UNA PRESTAZIONE SANITARIA QUESTA DOVREBBE ESSERE VINCOLATA O RAPPORTATA AD ALTRE EVENTUALI ED ANALOGHE RICHIESTE CHE POTREBBERO LEGITTIMAMENTE CHIEDERE ALTRI??
    SE ESISTONO POPOLI AVENTI NECESSITà SIMILI OGNUNO PORTI AVANTI LA PROPRIA PACIFICA BATTAGLIA E RIVENDICHI IL RICONOSCIMENTO DEI PROPRI DIRITTI…

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