Sostenibilità sociale e ambientale. Oltre ai profitti c’è di più.

Nel dibattito politico volentieri si rilancia con un migliore promessa elettorale purchè possa tradursi in un benessere diretto e tangibile, meglio se immediato.
Non fa alcuna differenza se si tratterà di abolire il bollo auto o portare la pensione minima a 1.000 euro mensili. Sono target distinti, pur sempre degli elettori, che pertanto apprezzeranno il vantaggio specifico. Benefici diretti e per i singoli, ma che non risolvono il problema della sostenibilità del pianeta e la salute di chi ci vive, lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, l’inquinamento globale, ecc.

Infatti, manca quasi ovunque, o perchè è solo tracciato nei programmi elettorali, il richiamo concreto alla sostenibilità sociale e ambientale nella governance e nelle produzioni industriali. E’ una sfida epocale e globale che richiede un impegno enorme da parte di tutti i soggetti (istituzioni, imprese, cittadini): Nonostante ciò, sembrerà strano, ma l’impegno è già intrapreso dal 93% delle maggiori società al mondo. Perchè?

Col termine Corporate Social Responsibility CSR, responsabilità sociale dell’impresa, si intende da parte delle principali aziende, quelle quotate in borsa, di integrare nelle loro attività questo impegno a favore della collettività e dell’ambiente. In alcune grandi imprese è infatti presente il CSR manager, una figura che ha il compito di valutare il grado di raggiungimento degli obiettivi e le best practices a favore della sostenibilità.

Ci sono vari modi per misurare il CSR che può tradursi con la pubblicazione del bilancio sociale che illustra i taguardi e le strade percorse. Ad esempio, ridurre la frequenza degli infortuni sul lavoro dei dipendenti (maggiore sicurezza e salute delle persone) Oppure, più chiaramente, di ridurre le emissioni di gas serra nei processi industriali.

Per far questo sono previsti incentivi specifici a tutti i livelli manageriali, legando quindi le remunerazioni agli obiettivi CSR.

L’Intel, leader mondiale dei microprocessori, è stata la prima azienda che ha fatto della sostenibilità uno dei criteri della sua attività.

Ma c’è dell’altro. Gli investitori hanno ormai capito che saranno sempre più favorite dal mercato le imprese che adotteranno strategie a medio-lungo per creare questo valore della sostenibilità. Esiste un indice specifico ESG (Enviromental, Social e Governance) che misura il grado di CSR applicato e raggiunto che influirà sui risultati finanziari delle grandi aziende quotate in borsa. Il profitto che si lega alla sostenibilità.

Ben 35 su 40 delle aziende più quotate della borsa italiana predispone il bilancio della sostenibilità. Tra chi adotta questa filosofia della sostenibilità sociale troviamo praticamente tutte le aziende italiane che sfruttano risorse fossili o loro derivati per le produzioni (Eni, Saipem, Enel, Snam, Pirelli, FCA, ecc.).

E’ già un buon risultato, però costituiscono la gran parte delle 59 società su 321 complessive presenti nel listino:solo il 18% hanno obiettivi legati alla sostenibilità ambientale e sociale. Il grado d’applicazione è sicuramente peggiore, se non del tutto inesistente, nel resto delle aziende, le PMI che costituiscono il vero tessuto economico-produttivo nazionale.

Sfogliando il programma del M5S ho visto che sono previste azioni e misure per favorire questo nuovo modo di pensare l’economia produttiva: green economy, ecoinnovazione, efficienza energetica, nuovi materiali, bioingegneria, chimica verde.

Motivo di più per votare Movimento 5 Stelle il 4 marzo.

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