Un modello di sviluppo economico sardo

Il mio lavoro mi porta nelle industrie della Sardegna. Negli anni ‘90 varcai il cancello dell’Alcoa, a Portovesme. Nella guardiola i portieri vestivano camici blu, tenevano il contegno di chi ha un posto sicuro. Ora l’Alcoa è un luogo abbandonato. La multinazionale americana se n’è andata non appena ha scorto il rischio di dover restituire gli aiuti di stato che l’Italia le ha concesso sotto forma di energia elettrica a costo più che dimezzato rispetto al valore di mercato. Enormi somme.
Il lavoro mi ha portato anche all’Eurallumina che è ferma da anni, ma pure da ferma mantiene un centinaio di lavoratori che fanno manutenzione. Nei pressi dello stabilimento, il bacino dei famigerati fanghi rossi, residui della lavorazione della bauxite, e un terribile inquinamento del suolo.
Sono stato anche alla Carbosulcis che, forse qualcuno non lo sa, non vende carbone da anni, e nel 2018 sarà dismessa. Solo nel decennio 1985-1995 la Carbosulcis è costata più di mille miliardi di vecchie lire di sussidi a fondo perduto, più i contributi annuali della Regione Sarda per pagare gli stipendi. A fronte di nessun profitto.
Potrei continuare parlando di altri fallimenti, come quello della Keller Meccanica di Villacidro, di Sardinia Gold Mining di Furtei o di Ottana Polimeri, ma mi fermo qui.
Io credo che non ci possano essere dubbi sul fatto che le industrie chimiche e pesanti non siano adatte alla Sardegna. Bisogna cambiar strada. La Sardegna deve trovare un proprio modello di sviluppo, 
fatto di attività congeniali all’Isola, compatibile col turismo e col settore agroalimentare, cioè a bassissimo impatto ambientale.

Andrea Pirro

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