No alla “buona scuola”, sì a una scuola buona.

Le riforma della scuola italiana non ha mai fine e pace. Apre e chiude delle porte, ma la sostanza, visti i risultati, è sempre la stessa: di male in peggio.  Metterei come avvio di questo lungo e tortuoso calvario il ministro Luigi Berlinguer con la sua proposta del 2000. Non fu mai applicata ma ci pensò poi Letizia Moratti (le famose tre “I”) ricalcando di fatto l’impostazione. A seguire la Mariastella Gelmini che rivoltò e riordinò di tutto e di più, ottenendo solo un acuirsi delle proteste dell’intero sistema scuola e tanta confusione. E infine la “buona” scuola della Stefania Giannini, la ciliegina finale: dove non era arrivata la fantasia delle ministre berlusconiane ci ha pensato Renzi con la sua riforma in salsa manageriale. Non è finita perchè ci sono ancora dei colpi di coda,  gli ultimi tentativi di “miglioramento” della Valeria Fedeli, meglio soprassedere. In tutto questo la stabilizzazione di migliaia di precari, non senza polemiche, un blando tentativo di bilanciare le tante assurdità create. In mezzo gli “utenti”, gli studenti di ogni ordine e grado, di fatto penalizzati e privati di un valido schema di apprendimento.

Non si sono mossi per superare il gap d’apprendimento che c’è con gli altri paesi avanzati, per ridurre la dispersione scolastica oppure adeguare i contenuti alla realtà globale. Niente di tutto ciò. Dal 2000 ad oggi la vera finalità è solo quella di risparmiare denari nell’ottica della riduzione del debito pubblico e degli equilibri economico-finanziari internazionali. Lo Stato spende per l’istruzione circa il 7% del bilancio mentre la media europea si attesta ad oltre il 10%. Questo spiega, ad esempio, la creazione del preside/manager, il potere esclusivo ed i “premi di produzione”. Oppure l’alternanza scuola e lavoro, di fatto manodopera a costo zero,  perché, salvo rarissimi validi casi, è solo “spostare delle scatole da Zara” se non peggio.

Per fortuna che la legislatura volge al termine.

Il programma Scuola del Movimento è chiaro. Riportare il sistema scuola al suo vero valore, quello dettato dalla Costituzione, risolvendo, non restaurando, le incongruità procurate dagli ultimi governi. Tra gli obiettivi riportare al centro dell’azione chi insegna e chi apprende. E’ un programma aperto e migliorabile. Lo trovi qui.

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Cuoriosità.

Nell’immagine la pagella ministeriale dell’Anno XII dell’era fascista, anno scolastico 1933/34, modello unico per l’intero ciclo della scuola elementare.  Obbligatorio riportare la tessera dell’Opera Balilla. Tra le materie “Lavori donneschi e manuali”, “Nozioni di diritto ed economia” ed i diversi temi (storia, cultura, ecc.) riguardanti l’indottrinamento fascista. Classi rigorosamente maschili e femminili.

E’ un documento di famiglia, lo scolaro era un mio zio e la maestra la mia bisnonna, cioè la madre. Madre che era obbligata a mettere nero su bianco la valutazione di “Igiene e cura della persona” e la “Disciplina (condotta)” di suo figlio, di fatto autocertificando le proprie capacità educative familiari su tali aspetti. Altri tempi, altre storie, altra scuola. La stessa scuola elementare che svolsero i vari Luigi Berlinguer, Silvio Berlusconi o Giorgio Napolitano.

 

 

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