Riflessioni sul Deposito Nazionale Unico delle Scorie Radioattive

Sul Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi

IL DEPOSITO NAZIONALE UNICO

DEI RIFIUTI RADIOATTIVI

Con questo contributo affrontiamo una questione che sta animando e preoccupando l’intera Sardegna e, per condizioni sovrapponibili, altre zone d’Italia.

Queste righe non hanno pretese particolari se non quella di provare a capire l’argomento. Siamo consapevoli che il deposito nazionale unico dei rifiuti radioattivi da qualche parte, prima o poi, si dovrà realizzare. E non è azzardato pensare che, per un motivo o per un altro, potrebbe essere infine imposto.

Eppure ci sono tanti aspetti da conoscere prima di sostenere sia una tesi “No a casa mia” oppure una del tipo “A noi non ci tocca”. Nessuna pretesa di chiudere delle porte o aprirne delle nuove. L’unico desiderio è conoscere quanto più possibile il problema, il progetto e le modalità che lo Stato porta avanti tramite la Sogin, la società pubblica creata appositamente per occuparsi della localizzazione, realizzazione, conferimento rifiuti e la gestione del deposito nazionale. Sul sito http://www.sogin.it è pubblicato tutto. Mentre sul sito http;//depositonazionale.it si trova una descrizione amichevole di cosa e come sarà il deposito.

Deposito nucleare tedesco (Wikipedia)

Forse (avverbio di dubbio, doveroso in Italia quando si tratta di fatti impopolari) a breve si dovrebbe conoscere la carta dove potrebbe essere collocato il Deposito Nazionale che dovrà raccogliere tutti i rifiuti nucleari derivanti da attività industriali, dalla sanità e dalla ricerca. Tra i rifiuti raccolti la parte del leone la farà quanto prodotto dal decommissioning, termine esotico per indicare lo smantellamento delle centrali nucleari inattive, sia commerciali che di ricerca.

La carta ha un nome o, meglio, un acronimo: CNAPI. Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee. Doveva essere pronta da tempo (circa 7 anni) e da quel che si sa, pare sia stata conclusa da 2 anni. Perché non sia stata ancora resa pubblica non è dato saperlo con certezza. Viene più semplice pensare che era meglio evitare la pubblicazione, sia in vista del referendum sulle trivelle (aprile 2016), le successive amministrative ma, soprattutto, del più importante referendum confermativo della riforma costituzionale Boschi-Verdini.

A metà luglio 2017 è stata avviata la VAS, Valutazione Ambientale Strategica, che consente a chiunque di produrre osservazioni entro 60 giorni di tempo (termine 13 settembre 2017) sull’opera. Si trova tutto qui: http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1610

Il percorso è schematizzato nella seguente figura (fonte Ministero Ambiente):

Al momento della stesura di queste pagine ci ritroviamo nella fase iniziale detta di screening, di verifica, il riquadro tratteggiato a sinistra. Banalizzando, si tratta di una prima raccolta degli umori sulla faccenda, una sorta di indagine conoscitiva. Non è stata diffusa alcuna carta CNAPI, che resta ancora un mistero e sotto chiave. Sono noti solo i criteri e le analisi seguite per realizzarla. Mancando l’elemento fondamentale, la CNAPI, su quale base impostare una seppur semplice osservazione? Infatti, un Comune che oggi delibera contro il deposito non è detto che ci compaia. Ma non si sa mai. Oppure è un disegno voluto perché è proprio in base a queste osservazioni che sarà disegnata la carta dei siti potenzialmente idonei?

Cosa comporta il deposito nazionale?

Procediamo per gradi e con dei primi numeri, che volentieri descrivono meglio la portata del problema. Intanto, Il deposito dovrebbe occupare un’area di circa 20 ettari, di cui 10 destinati proprio al contenimento dei rifiuti. E’ prevista una fascia di rispetto circostante per complessivi 110 ettari di terreno interessato. L’opera prevede la realizzazione anche di un Parco Tecnologico adiacente, che nelle intenzioni sarà un centro di ricerca sul trattamento delle scorie nucleari e dello sviluppo sostenibile in accordo con il territorio interessato. Il termine “Parco” non piace, evocando qualcosa che non è sicuramente solo alberi, prati e panchine, anche perché la finalità sarà quella di studiare come convivere col peggiore dei rifiuti che l’umanità mai potesse produrre.

Il costo dell’opera è stimata intorno a 1,5 miliardi di euro, già finanziati da noi tutti, compresa la futura gestione, perché i soldi derivano dalla componente tariffaria A2 che ci ritroviamo nella bolletta elettrica.

Ci vogliono 5 anni per realizzare il deposito e siamo già sotto avvio di infrazione UE per il ritardo accumulato. Il tutto dovrà essere operativo entro non oltre il 2025.

Il volume di rifiuti da stoccare è pari a circa 75.000 metri cubi, più altri 15.000 metri cubi “particolari” di cui accennerò più avanti. Complessivamente saranno 90.000 metri cubi.

I criteri per la localizzazione del deposito

Sospendiamo per un attimo coi numeri ed analizziamo sommariamente le condizioni favorevoli perché un’area risulti idonea a ricevere il deposito nazionale. In base a queste valutazioni hanno realizzato la mappa CNAPI, delle aree dove potenzialmente potrà essere localizzata l’opera. Da una prima sommaria lettura, oggettivamente, buona parte della Sardegna soddisfa i parametri. Però non si deve dimenticare che, salvo sorprese come ulteriore rinvio, verrà resa nota una cartina dell’Italia con segnate diverse porzioni di territorio nazionale, isole comprese.

Come già premesso, qui il tema non sarà affrontato con piglio scientifico, e sarà decisamente incompleto, perché lo scopo è solo quello di provare a conoscere sommariamente la questione. Chi desidera un quadro più serio e completo dovrà sfogliarsi il sito ufficiale della Sogin, oppure dell’ISPRA.

L’individuazione del sito deriva da una particolare caratterizzazione dell’area, derivante da un approccio di analisi suddiviso in tre fasi. Quanto segue è tratto da un documento ufficiale ISPRA (lo trovate qui e che invitiamo a leggere a chi vuole approfondire.

Aspetto fondamentale: il deposito nazionale è destinato alle scorie di media o bassa radioattività, cioè con una emivita (dimezzamento) di 30 anni circa delle radiazioni. Più avanti affronteremo il destino di tutti gli altri rifiuti nucleari, quelli ad alta radioattività.

Apriamo una doverosa parentesi. La pericolosità degli elementi radioattivi deriva in particolare da quanti anni sono necessari perché sparisca l’effetto ionizzante, ovvero “decadendo” in elemento meno reattivo. Ad esempio, il Plutonio 239, una tra le materie prime delle bombe nucleari a fissione, ha una emivita di circa 24.200 anni. Quindi, se abbiamo un kg di Plutonio 239 fresco di produzione, tra 24.200 anni potrò ancora disporre di un mezzo chilo di materiale fortemente radioattivo.

Prima fase

Iniziamo con i “I criteri per individuare il sito idoneo a ricevere il deposito nazionale nucleare”:

      1. Stabilità geologica, geomorfologica ed idraulica dell’area;

      2. Confinamento dei rifiuti radioattivi mediante barriere naturali;

      3. Compatibilità della realizzazione del deposito con i vincoli normativi, non derogabili, di tutela del territorio e di conservazione del patrimonio naturale e culturale;

      4. Isolamento del deposito da infrastrutture antropiche ed attività umane;

      5. Isolamento del deposito da risorse naturali del sottosuolo;

      6. Protezione del deposito da condizioni meteorologiche estreme.

Sul criterio n.1 non c’è molto da dire, in particolare per quanto riguarda la sismicità dell’Isola: zero. Con una scossa appena percettibile molti nuraghi si sgretolerebbero, invece sono in piedi da migliaia di anni. Attenzione: noteremmo che una moderata vocazione sismica è tollerata.

Tolte le aree che sono soggette, storicamente, a rischio idraulico (alluvioni), i parchi naturali, le aree archeologiche, porti, aeroporti, aree commerciali e poli industriali, centri urbani, ecc. resta idonea la gran parte del territorio sardo. In merito al criterio n.2, le barriere naturali son intese come opere di mitigazione paesaggistica.

Seconda fase

Abbiamo una prima mappa ancora “grezza” che è stata sgrossata con la seconda fase, eliminando tutte quelle aree che rientrano nei Criteri di esclusione, ovvero:

    1. Aree vulcaniche attive o quiescenti.;

    2. Aree contrassegnate da sismicità elevata;

    3. Aree interessate da fenomeni di fagliazione;

    4. Aree caratterizzate da rischio e/o pericolosità geomorfologica e/o idraulica di qualsiasi grado e le fasce fluviali;

    5. Aree contraddistinte dalla presenza di depositi alluvionali di età olocenica;

    6. Aree ubicate ad altitudine maggiore di 700 metri sul livello del mare (s.l.m.);

    7. Aree caratterizzate da versanti con pendenza media maggiore del 10%

    8. Aree sino alla distanza di 5 km dalla linea di costa attuale oppure ubicate a distanza maggiore ma ad altitudine minore di 20 metri s.l.m.

    9. Aree interessate dal processo morfogenetico carsico o con presenza di sprofondamenti catastrofici improvvisi (sinkholes);

    10. Aree caratterizzate da livelli piezometrici affioranti o che, comunque, possano interferire con le strutture di fondazione del deposito;

    11. Aree naturali protette identificate ai sensi della normativa vigente (parchi, oasi e riserve naturali, geoparchi, SIC, ZPS, zone umide convenzione Ramsar);

    12. Aree che non siano ad adeguata distanza dai centri abitati;

    13. Aree che siano a distanza inferiore a 1 km da autostrade e strade extraurbane principali e da linee ferroviarie fondamentali e complementari;

    14. Aree caratterizzate dalla presenza nota di importanti risorse del sottosuolo;

    15. Aree caratterizzate dalla presenza di attività industriali a rischio di incidente rilevante, dighe e sbarramenti idraulici artificiali, aeroporti o poligoni di tiro militari operativi.

Come è stato già accennato, notiamo che col criterio n.2 possono essere ritenute idonee quelle aree che non presentano un grado di sismicità elevata, rimettendo così in gioco grandi porzioni dello Stivale.
Riguardo al criterio n.3 possiamo ritenere che la mappa italiana delle faglie vecchie e recenti sia abbastanza aggiornata ed attendibile, terremoto dopo terremoto. Nessuna faglia interessa la Sardegna.

Criterio n.5: l’Olocene è l’epoca geologica più recente. Quindi niente aree che, per fissare un periodo indicativo, negli ultimi 10.000 anni sono state oggetto di alluvioni. La Pianura Padana si è formata circa 600.000 anni fa. Ciò non significa che è priva di rischio idrogeologico, sebbene, una buona porzione di territorio possa rientrare nel criterio di esclusione indicati del punto n.10.

Col criterio n.6, considerando che buona parte dell’Italia presenta un’orografia di oltre i 700 metri di altezza, anche da noi per esempio sarà escluso il massiccio del Gennergentu. Tuttavia abbiamo non saranno coinvolte tutte quelle porzioni di territorio oggi parco naturale nazionale o regionale (punto n.11), come dei vari SIC (sito di interesse comunitario), ZPS (Zone a protezione speciale) ecc. di cui è ricca di classificazione la Sardegna.

Ingresso del deposito nazionale finlandese (Wikipedia)

Messe così le cose non sarebbe sbagliato pensare qualcosa del tipo: “Perché non individuate tra le centrali dismesse, in qualche modo col territorio a suo modo già compromesso e forse ormai tollerato dalla popolazione, che più si avvicina ai criteri di scelta e vi realizzate il deposito nucleare nazionale?” Niente da fare, perché il criterio di esclusione n.11 si dovrebbe applicare a tutti luoghi dove ora ci sono le centrali nucleari spente e di alcuni depositi di stoccaggio provvisori. Consultate l’Allegato IV del VAS, pagina 2: sono infatti quasi tutte strutture ricadenti in aree ZPS o SIC o entrambi.

Niente deposito entro i 5 metri dalla costa. Ma c’è di più. Potranno sognare tranquillamente tutti i residenti del basso Campidano, i cui territori non superano i 20 metri di altezza. Ad esempio Uta, Decimomannu. Oppure più a nord nell’Isola, Arborea, Riola Sardo, Cabras, ecc. I restanti punti sono chiari.

Solo due parole sul criterio n.15: ci suggerisce che le nostre beneamate aree di servitù militari saranno escluse dalla mappa. Quindi, il deposito nucleare non riguarderà Teulada o Quirra come alcuni hanno ipotizzato, tranne il caso che non vogliano chiuderne una appositamente per destinarla a tal proposito. Perché no? Sono sono già patrimonio dello Stato (zero costi per gli espropri), sono già precluse alla popolazione, sono già abbondantemente inquinate per una esercitazione o altro, ecc.

Terza fase

La terza caratterizzazione, ultima fase, deriva da considerazioni legate a vari fattori, specifici e locali, quindi geomorfologici, antropici, sull’uso del suolo, ecc. Sono i Criteri di approfondimento, escludenti o favorenti (*):

  1. Presenza di movimenti verticali significativi del suolo in conseguenza di
    fenomeni di subsidenza e di sollevamento (tettonico e/o isostatico);

  2. Assetto geologico-morfostrutturale e presenza di litotipi con eteropia verticale e laterale;

  3. Presenza di bacini imbriferi di tipo endoreico;

  4. Presenza di fenomeni di erosione accelerata

  5. Condizioni meteo-climatiche:

    a) regimi pluviometrico, nivometrico e anemometrico

    b) eventi estremi.

  6. Parametri fisico-meccanici dei terreni

  7. Parametri idrogeologici (es. distanza da sorgenti e pozzi);

  8. (*) Parametri chimici del terreno e delle acque di falda;

  9. Presenza di habitat e specie animali e vegetali di rilievo conservazionistico, nonché di geositi;

  10. Produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico;

  11. (*) Disponibilità di vie di comunicazione primarie e infrastrutture di trasporto;

  12. Presenza di infrastrutture critiche rilevanti o strategiche.

Criterio n.8: ad esempio la chimica del terreno che può presentare elementi che limitano la diffusione di radionucludi nella falda acquifera. E’ bivalente, in caso contrario è escludente.

La radioattività: naturale e procurata

La radioattività non è solo quella prodotta dai processi di fissione (centrali nucleari), esplosioni atomiche (quelle in atmosfera sono cessate nel 1962) o derivanti da incidenti nucleari (Chernobyl, Fukushima). Non è neppure quella che necessariamente subiamo, ad esempio, effettuando una radiografia. C’è, infatti, una radioattività naturale, assolutamente inevitabile.

A parte i raggi cosmici che ci colpiscono quotidianamente anche se siamo in cantina, in natura esiste il gas radon, radioattivo ed altamente tossico per semplice inalazione. Secondo alcuni studi, è la seconda causa di tumore al polmone, soprattutto quando è confinato in alta concentrazione entro le quattro mura domestiche. Deriva da tanti fattori, ad esempio certi materiali di costruzione, acqua contaminata oppure dal terreno stesso dove sorge la costruzione. A tal proposito, ci sono protocolli già in atto, soprattutto di misurazione/prevenzione/mitigazione, anche da parte dell’ARPA Sardegna.

Assorbimenti annui medi delle radiazioni

Abbiamo altre fonti radioattive con cui conviviamo durante la giornata. Alcune fonti sono i cibi stessi. Ad esempio c’è un isotopo radioattivo del potassio, diffuso in natura, che è facilmente rinvenibile nei alimenti in cui è riccamente presente, come la banana. In ogni caso sono delle radiazioni insignificanti, infinitesimali.

Anche quella del Carbonio 14, un isotopo che si forma naturalmente, per cui è utilizzato per datare con buona precisione i reperti organici antichi. Infatti, è uno di quegli isotopi che possono stabilizzarsi nel nostro organismo, ad esempio nella struttura ossea, e non è una scemenza dire che noi tutti siamo un pochino radioattivi. Il carbonio 14 ha una emivita di circa 5700 anni.

Tutto questo per sottolineare che la pericolosità della radioattività è il suo potere di penetrazione, la quantità che viene emessa che colpisce e/o viene assorbita dal nostro organismo.

Semplificando, i danni biologici da radiazione sono, la distruzione dei legami chimici, portando alla degenerazione delle cellule colpite. Soprattutto se interessando il DNA e le RNA cellulare e quanto ne consegue in termini di normale rinnovo cellulare, comportando anche la formazione di forme tumorali anche dopo anni l’esposizione. Le dosi di radiazioni assorbite che un organismo medio può tollerare sono ben determinate, per modalità, durata, quantità e tipologia. Per chi è interessato a questo aspetto trova tutte le risposte sulla rete.

Rifiuti nucleari a medio-bassa attività

Dopo che il combustibile nucleare (urano o plutonio) si esaurisce per fissione, il principio fisico alla base del funzionamento di una centrale nucleare, restano diverse scorie radioattive. Per una centrale atomica di tipo standard residua un 95,5% di uranio esausto, meno dell’1% di plutonio ed altri elementi minori (Cesio 137, Stronzio 90, Iodio 131, ecc.) La maggior parte ha una emivita breve, da qualche secondo a 30 anni circa. Sono quelli che rientrano nella categoria di rifiuti medio-bassa attività destinati al deposito nucleare nazionale. Pur non disponendo più di centrali atomiche attive, spente a seguito del referendum del 1987 e uscendo così da questo club speciale, ci restano tutto il materiale radioattivo a media-bassa attività in eredità da trattare, se non già “processato”, per circa 25.000 metri cubi complessivi, ora conservato in vari depositi oltre che nelle centrali.

Ma non è finita, perché ogni anno produciamo circa 1000 metri cubi di rifiuti radioattivi di medio-bassa attività, da gestire allo stesso modo di quelli prodotti di pari categoria da una centrale nucleare. Derivano da attività umane che ci riguardano da vicino. E’ ciò che resta da attività ospedaliere e sanitarie, da centri di ricerca, da processi produttivi industriali. Ecco un breve elenco per farci una semplice idea (fonte, in parte, Sole24Ore):

    • Le diagnostiche ospedaliere della risonanza;

    • La testa dei parafulmini;

    • Le radiografie industriali;

    • I guanti e le tute dei tecnici ospedalieri, del personale centrali dismesse o trattamento scorie, ecc;

    • I controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche;

    • Quanto deriva dalla medicina nucleare.;

    • I rilevatori di fumo, quelli con la lucetta rossa sul soffitto delle camere d’albergo, negli uffici nei centri commerciali (alcuni tipi contengono americio radioattivo e quando hanno smantellato la Costa Concordia erano migliaia)

    • Il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi o delle vecchie stelline notturne per i giochi o i soffitti delle camere dei bambini. Ancora oggi per rafforzare la luminescenza di alcuni quadranti di orologi si usa trizio. Il processo è regolamentato.

Senza scomodare un centrale atomica od un centro radiologico, senza volerlo certi rifiuti sono ben presenti a casa nostra o in quella dei nonni. Infatti, ci possono essere ancora soprammobili e oggetti da scrivania degli anni 60, come i portapenne o i porta-rotolo per il nastro adesivo: per essere quanto più stabili possibile, la base volentieri era realizzata con uranio!

Abbiamo già detto che il Deposito Nazionale è destinato ai rifiuti di MEDIA e BASSA attività, ovvero tutti quelli che entro 300 anni decadranno in forme e con valori trascurabili.

E dei rifiuti nucleari ad alta attività? Ancora un po’ di pazienza.

Deposito nucleare unico nazionale: i numeri

Con i numeri spesso si descrive meglio un determinato aspetto rispetto ad una semplice definizione.

  • Durata del deposito: 50 anni (10 per realizzarlo + 40 di esercizio)

  • Garanzia del manufatto: 300 anni (periodo per cui i rifiuti hanno raggiunto livelli trascurabili di radioattività)

  • Capienza totale (a fine esercizio): 75.000 metri cubi, così ripartiti

44.000 mc impianti nucleari;

19.000 mc attività sanitarie e industriali;

12.000 mc impianti di ricerca;

Ricordiamo che il volume attuale di scorie già prodotte (ora confinate in vari depositi) è stimata in
25.000 metri cubi. Quindi resta una capacità residua di 50.000 metri cubi. Infatti:

  • Produzione annuale di scorie (media del periodo): 1.000 metri cubi (pari a circa 250 tonnellate)

  • Superficie totale interessata. 150 ettari complessivi:

    110 ettari: 10 ettari contenitori rifiuti + 10 sedime di rispetto + 90 ettari comprensorio circostante.

    40 ettari per il Parco Tecnologico.

  • Costo dell’opera: 1,5 miliardi di euro

  • Occupazione: 1500 addetti per la realizzazione (4-5 anni), 700 addetti per la gestione (40-50 anni)

I materiali utilizzati dovranno garantire un isolamento in sicurezza di 300 anni, pari al periodo di decadimento ad una radioattività trascurabile delle scorie trattate.

  • Modalità di confinamento del rifiuto nucleare: 4 barriere

Illustrazione Sogin (modificata)

Barriera 1: (un bidone cilindrico) con stabilizzazione del rifiuto

Barriera 2: scatola in calcestruzzo speciale da 3 x 2 x 1,7 metri che conterrà i bidoni

Barriera 3: la cella (saranno in tutto 90) in calcestruzzo armato speciale 27 x 15 x 10 metri che conterrà le scatole precedenti

Barriera 4: una collina artificiale “multistrato” che coprirà il tutto.

Teniamo a mente qualcuno di questi numeri, soprattutto i periodi temporali indicati, che costituiranno la base di alcune considerazioni finali.

Rifiuti nucleari ad alta attività

Uno degli autori di questo contributo conosciti racconta di suo figlio, nato da pochi mesi, quando fu sottoposto ad una scintigrafia. Un esame per cui ti iniettano in vena una soluzione radioattiva, in quel caso a base di tecnezio (emivita solo alcune ore). Il personale medico gli disse che il successivo cambio del pannolino doveva essere consegnato in quanto rifiuto “speciale”: le urine assorbite erano radioattive. Il tutto senza alcuna precauzione specifica (guanti, ecc.). Citiamo questo esempio perché si tratta di uno di quei rifiuti nucleari a bassa attività, tra le tante tipologie, potrebbe confluire nel deposito unico nazionale.

Ora passiamo all’aspetto più dolente di tutta la questione, motivo per cui si dovrebbe bocciare il Programma Nazionale, restituendo tutto al mittente e pretendendo completezza dell’informazione e maggiore trasparenza. Infatti, l’aspetto decisamente più preoccupante e impegnativo è se il deposito nazionale nasce per ricevere le scorie di medio-bassa attività con una emivita max di 30 anni che dopo 300 anni hanno emissioni trascurabili, perché non chiarire bene dove andrà raccolto tutto il materiale ad alta attività che c’è in Italia e, in parte, oggi temporaneamente confinato all’estero?

A parte il combustibile esausto di una centrale atomica (rimane ancora fortemente radioattivo tant’è che alcuni lo riprocessano per ottenere nuovo combustibile nucleare) c’è anche la radioattività che ha contaminato i materiali delle prime barriere che confinano il reattore nucleare. Anch’esso dovrà essere trattato e stoccato. Cosa comporta una contaminazione nucleare sappiamo già qualcosa. Ricordate, per esempio, il divieto di cibarsi dell’insalata a foglia larga per il Cesio 137, Stronzio 90 ed altri isotopi radioattivi che si erano depositati nel terreno a causa della nube radioattiva rilasciata dall’incidente di Chernobyl, giunta a noi e su mezza Europa?

In letteratura si rileva che l’unico sito sulla Terra che possa ricevere con rischio “accettabile” le scorie nucleari più pericolose e che durano millenni e millenni si trova negli USA, in una zona desertica del New Mexico. Questo tipo deposito è particolare ed è definito “deposito geologico”.

Schema del deposito geologico USA (Wikipedia)

Dal termine si capisce che sono realizzati decine e decine metri sottoterra e dovranno resistere migliaia d’anni. Quello americano è pensato per durare 10.000 anni. Quello di Onkalo, in Finlandia, dicono sia garantito ben 100.000 anni! Eppure è rischioso fare affidamento alla sola intuizione umana, perché poi si rischia di sparare dei numeri con faciloneria, venendo smentiti quasi subito. 

Miniera di sale di Asse (Germania)

La Germania pensava di aver risolto tutto con la miniera di sale di Asse, nella Bassa Sassonia, tra Amburgo e Hannover. Qui dall’inizio degli anni ’70 sono stati versati oltre 120.000 fusti di materiale radioattivo, tra cui diversi chilogrammi di Plutonio. Perché il sale ci stava da 150 milioni di anni. Insomma una botte di ferro secondo i geologi del tempo. 

Ma dal 2010, dopo appena 40 anni e non qualche milione, un’amara sorpresa e una grave minaccia nucleare: una falda d’acqua sottovalutata ha raggiunto il sale corrodendo alcuni contenitori. Per chi vive in vicino al mare sa cosa significa.

Abbiamo detto che in Italia non ci sono più centrali atomiche in attività, però ci sono rimaste quelle da smantellare (decommissioning) e con diverse tonnellate di residui altamente radioattivi e pericolosissimi; sono circa 15.000 metri cubi.

I fatti stanno così: dove sarà realizzato il Deposito Nazionale, confluiranno anche i rifiuti nucleari ad alta attività in una apposita struttura di stoccaggio, affinché entro il periodo massimo di 50 anni venga individuato e realizzato il posto dove realizzare il “deposito geologico” nazionale.

Se nulla possiamo dire su come e dove dovrebbe essere costruito il futuro deposito geologico, dovendo aspettare probabilmente qualche decennio per una risposta concreta, soprattutto valida, niente è specificato sul deposito temporaneo che riceverà i radionuclidi più pericolosi e nello stesso luogo dove sorgerà il deposito nucleare unico per i rifiuti a medio-bassa attività.

Per completezza di informazione, c’è anche l’ipotesi che le scorie nucleari ad alta attività un domani possano essere conferiti all’estero, presso un deposito “comunitario”. Questa ipotesi si deduce a pagina 19 del Parere n.2029 del Ministero dell’Ambiente (Parere di scoping nella documentazione VAS) in cui si legge che la quantità di rifiuti ad alta attività è modesta e la realizzazione di un deposito geologico nazionale sarebbe sovradimensionato ed economicamente non percorribile.

Ad ogni modo, nel mentre che qualcuno ci ragiona su e poi decida nei prossimi decenni, per il momento è certo che i rifiuti ad alta attività faranno compagnia a quelli del deposito dei rifiuti a medio-bassa attività.

Sui depositi nazionali nucleari non è che nel resto del mondo siano così ben messi. Vi rimandiamo a Wikipedia: scoria radioattiva

Una aspetto preoccupante è la scarsezza di notizie, per non dire nulla, sui depositi russi, cinesi, indiani, pakistani, ecc.

Attualmente nel mondo sono attive 448 centrali nucleari commerciali (per quelle militari ovviamente è quasi tutto top secret), a cui si aggiungono 162 centrali spente e ben 56 in costruzione che sono quasi tutte realizzate in Asia, con la Cina in prima fila.

La Germania spegnerà tutti i reattori nel 2022. La Francia cambia rotta: la futura domanda energetica si baserà solo sulle rinnovabili. Per dire come cambia questo club atomico nel mondo, l’americana Westinghouse che per anni è stata leader mondiale delle costruzioni di centrali nucleari, ha dichiarato fallimento. Infatti, ora le realizzano soprattutto ditte russe, cinesi, indiane e coreane. L’unica speranza per tutti gli abitanti della Terra, odierni e futuri, che siano fatte bene, perché in caso di incidenti certi isotopi radioattivi non conoscono confini geografici.

Considerazioni finali.

Nello schema qui sotto, estratto dalla documentazione allegata al VAS nel sito del Ministero Ambiente, si deduce la tempistica del Programma Nazionale, dove colpisce l’indeterminazione dal 2030 in poi, riguardo all’esercizio del deposito, il conferimento rifiuti e l’inventario nazionale.

Restando ad oggi, dalla carta CNAPI poi si dovrebbe giungere alla stesura di una carta CNAI, la Carta Nazionale Aree Idonee. Sparisce il termine “Potenzialmente”.

Quale sarebbe il tornaconto per la comunità che riceverà (scrivere “accoglierà” è desiderio del governo) sul proprio territorio il deposito nazionale? Innanzitutto, evidenzieranno i posti di lavoro: 1500 addetti per la realizzazione (4-5 anni) e 700 addetti per la gestione di 40-50 anni.

E’ anche previsto un indennizzo, ad esempio come avviene da noi a favore del Comune di Teulada che deve sopportare la vasta servitù militare che da sempre grava sul territorio. Questo “disturbo” non è stato quantificato. Si legge solo di “benefici” economici verso gli Enti locali interessati derivanti da apposite convenzioni.

Inoltre, è il caso proprio di dirlo sarà la ciliegina sulla torta, sarà realizzata una o più collinette artificiali per occultare paesaggisticamente il deposito. Possiamo aggiungere perché non impiantare tutt’attorno anche un bel bosco nei circostanti 110 ettari previsti? Oppure, provocatoriamente, realizzare un bel campo da golf? Abbiamo visto che è previsto anche un Parco Tecnologico, che sa di campus universitario, una cartolina fatta di gioventù sorridente e zainetti in spalla e scienziati stralunati. Mancando dettagli sul centro sa di banale mascheratura di una questione molto più importante ed impegnativa per il futuro del luogo e dei residenti prossimi al deposito.

Vediamo alcuni degli aspetti negativi. Lasciamo da parte le molte critiche, giuste e doverose, sugli effetti che comporterà il deposito nucleare. Ad esempio i riflessi sul turismo locale, l’ambiente, l’integrità del territorio, la preoccupazione dei residenti, il continuo via-vai di mezzi con i rifiuti radioattivi e via elencando. Le osservazioni che sono state depositate fin’ora in occasione del VAS, riportano tutte queste considerazioni penalizzanti, senza poi contare che in alcuni casi, vale per la Sardegna, la popolazione si espressa negativamente alla realizzazione del deposito sul suo territorio con uno specifico referendum. La sovranità popolare è sacra, ma c’è da chiedersi fino a che punto lo Stato potrebbe imporre l’opera perché di “rilevanza ed interesse nazionale”, scavalcando la volontà dei cittadini.

Invece, concludiamo con altre riflessioni, quelle che ci lasciano più fortemente perplessi. Sono i punti dove la Sogin e quasi tutti gli altri soggetti istituzionali coinvolti non possono obiettivamente dare una risposta certa. Se poi aggiungiamo che, da buoni italiani, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, il gioco è fatto. Non è una banale battuta.

a) Aspetti temporali

Il deposito nazionale terminerà la sua funzione dopo 50 anni. Ipotizzando di avviarlo nel 2020, chiuderà battenti nel 2070. Tuttavia, quanto contenuto non si potrà toccare fino al 2370. Quindi, nel mentre, preso per buono che non diventi superata la medicina nucleare e quelle particolari attività industriali oggi coinvolte, entro il 2070 si dovrà realizzare un nuovo deposito e ci sono due scenari: altrove o ampliando quello esistente. Come spesso accade in Italia, è scontata la preferenza per la seconda ipotesi.

b) Rifiuti ad ALTA attività

Siamo in Italia, geologicamente instabile e idrogeologicamente delicata. Non so chi e come potranno individuare da qui al 2070 un sito dove realizzare in profondità o nella pancia di una montagna il “deposito geologico” italiano che lascerà in eredità il peggior rifiuto tossico-nocivo per i prossimi millenni. E’ più facile pensare che tutto sarà lasciato al suo destino, a chi poi verrà. E tra gli autori di questo contributo molti non potranno saperlo perché nel 2070, se ancora in vita, saranno ultracentenari.

Ecco il punto: anno 2070, anno 2370, e poi 10.000 anni di garanzia per un buon deposito geologico, 24.000 anni per dimezzare la radioattività di un grammo di plutonio…. L’umanità, quella che conosciamo tramandata fino ad oggi, dai graffiti lasciati in una grotta ai messaggi contenuti nelle sonde Voyager perse nello spazio più profondo, senza scomodare il paleolitico, ha circa 12.000 anni. Oggi c’è della gente che pretende di realizzare un’opera che dovrebbe durare almeno tanto tempo, se non di più. Sarà mai possibile? Facciamo un esame di coscienza andando a ritroso nel tempo, limitandoci ad osservare cosa è successo sulla faccia della Terra soltanto negli ultimi cento anni solo per colpa nostra, per delle scelte e dei capricci umani, senza scomodare le catastrofi naturali che non conoscono i calendari.

Abbiamo visto che nel 2370, anno duemilatrecentosettanta (sic!), il deposito nazionale potrà essere “dismesso”, salvo che non lo abbiano poi ampliato. Ci auguriamo soltanto che sia scomparso da decenni l’uso dell’energia fossile o comunque ogni altra forma inquinante a favore di soluzioni pulite, eco compatibili e rinnovabili. E che dire popolazione mondiale in crescita esponenziale? Starà stretta o si sarà ormai decimata per guerre od altro?

Ci rendiamo conto che la scoperta dell’energia nucleare, sebbene inevitabile ed in determinati contesti probabilmente utile e necessaria, non è stata proprio una “bella scoperta”, perché impegnerà, forse per sempre, le generazioni future. Ciò non toglie che una qualche scelta dove fare questo benedetto deposito si debba fare. Oppure no?

Pattumiera nucleare nazionale: si deve proprio fare?

Qui accanto vediamo una cartina abbastanza nota degli attuali depositi presenti Italia. Una versione tra le tante ma completa. Sono tutti siti provvisori, pieni di problemi e con potenziali rischi ambientali. In particolare quello di Saluggia. I depositi sono presenti solo in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Puglia, Basilicata, Sicilia, Toscana, Lazio e Campania. Alcuni corrispondono alle centrali nucleari disattivate anni fa.

Se non si dovesse realizzare il deposito nazionale, a parte tenere in piedi quelli presenti in buona parte oggi malmessi, per i nuovi rifiuti che si produrranno ogni anno dovranno essere realizzati nuovi centri di stoccaggio, seppur di dimensioni inferiori a quello in discussione. La Sogin ha messo in conto questa eventualità. In fin dei conti, buona parte dei depositi temporanei attuali sono ora sotto la sua gestione. Prevedono, in caso di assenza del deposito unico, dei costi di gestione di circa un miliardo di euro per i prossimi 10 anni. 

Qui interverrebbe, c’è da immaginarlo, la UE. Questioni di etica e armonia europea, sebbene non siano gli stessi problemi della Francia o della Germania che hanno diverse centrali nucleari attive e prossime allo spegnimento da gestire. Abbiamo anche altri paesi confinanti, ad esempio la Slovenia, con una grossa centrale nucleare in piena attività. E se dovessero realizzare, sempre che non sia già così, un deposito vicino ai nostri confini?

Guerra di campanile e politica.

Abbiamo già detto che ci sarà una carta con più aree idonee. Se fosse solo una farebbero in fretta ad imporla non avendo altra possibilità. Dato che ci saranno più aree idonee, la decisione finale sarà solo politica anzi, geopolitica. Probabilmente ne vedremo delle belle. E sarà molto molto difficile, sapendo come vanno le cose in questi casi, conoscere la carta CNAPI prima del prossimo rinnovo delle Camere, sebbene il Ministro competente abbia comunicato che sarà resa nota entro fine 2017, comunque dopo la VAS. Si vedrà.

Ci sono circa 8000 comuni in Italia. Fantasticando, con dei numeri messi a caso, 7900 saranno felici in quanto saranno esclusi fin da subito in base ai criteri preselettivi. I 100 comuni restanti, invece, fortemente preoccupati per la loro sorte. Ma siamo nel Paese della politica sottobanco. E per questi 100, in un modo o nell’altro, interverranno potentati locali ed altre menti, affinché siano immediatamente cancellati dalla mappa. E così, di bianchetto in bianchetto salvando i comuni furbi, resteranno alla fine uno o due comuni a condividere il deposito. 7999 comuni gaudenti ed uno o due sfortunati? Così è l’Italia.

La procedura per l’adozione del Programma Nazionale, di cui deposito nucleare è l’elemento fondamentale, ha tempi molti stretti. Abbiamo premesso che la UE, bontà sua, ha avviato una procedura di infrazione per il ritardo. Le intenzioni del governo sono note, soprattutto per la tempistica. Infatti, in modo da addivenire ad una scelta condivisa, prevede di coinvolgere positivamente le Regioni, non i singoli Comuni che saranno coinvolti. Forse perché saranno probabilmente burrascosi. L’iter governativo prevede l’organizzazione di un seminario nazionale per illustrare per bene tutta la questione.

Ad ogni modo sarà pubblicata una manifestazione di interesse indirizzata alle Regioni, quelle che ricadono tra le aree idonee previste nella CNAI, affinché dispongano la volontà di realizzare il deposito nucleare sul proprio territorio. Crediamo che non solo ci sarà la fila per cui il governo avrà la difficoltà di scegliere questa o quella Regione, ma sarà del tutto probabile che nessuna di essere delibererà favorevolmente a riguardo.

Il governo ha già previsto questa eventualità ed ha messo in conto un Consiglio dei Ministri che coinvolgerà i presidenti di tutte le Regioni interessate affinché si pervenga comunque ad una decisione. Perché, sicuramente, sarà licenziato un provvedimento che non sarà limitato ad un’unica area, mantenendo invece le diverse opzioni riportate sulla CNAI definitiva. In qualche modo spetterà ancora alla Sogin, che dovrà avviare tutte le indagini specifiche necessarie in situ, individuare l’area definitiva.

Ipotesi della CNAPI

La Sardegna

La Sardegna, pur partecipando con la sua quota di produzione di scorie di medio-bassa attività e nonostante soddisfi decisamente molti dei criteri di idoneità, probabilmente non verrà prescelta, a prescindere dalla volontà popolare che si è già espressa nettamente contro la realizzazione del deposito unico. Una tale decisione, tra le altre criticità trattate, dovrebbe garantire un trasporto via mare continuativo in totale sicurezza dei rifiuti nucleari, inclusi, come già evidenziato, quelli ad alta attività. Non è cosa da poco, sebbene non sia tutto.

L’isola da sempre paga lo scotto. Una moltitudine di servitù e vincoli militari e si ritrova, per vastità, i primi due poligoni nazionali. Ha subito notevoli danni ambientali derivanti da una politica industriale che era già fallimentare dall’inizio. Ora, non proprio simbolicamente tra un nuraghe e l’altro, lasciamo in eredità ai nostri figli decine di migliaia di ettari compromessi che probabilmente non saranno mai bonificati come si deve. Il tutto servito da un sistema di trasporti ridicolo, quasi del tutto in mano a dei cartelli privati monopolistici.

Da troppi decenni si tenta di puntare sul turismo, sulla sua destagionalizzazione, sulla valorizzazione delle ricchezze di ogni tipo che offre l’interno della Sardegna, sui tanti pregi agro-alimentari. Non solo mare e granite sotto l’ombrellone.

I 700 posti a regime previsti (che tuttavia scadranno nel 2070) per gestire il deposito nucleare sono un’inezia per la Sardegna che soffre una crisi strutturale ed occupazionale che richiede ben altri impegni e in direzioni diverse.

Settembre 2017

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*